browsing category: Asia

AsiaDiari di viaggioGiappone

Diario di Viaggio: Giappone e Qatar (parte 6)

Com’era la storia? A gennaio ho detto che avrei finito presto di scrivere ‘sto benedetto diario, ve’? AHAHAH. Però giuro che questa è DAVVERO l’ultima parte.

Anyway, sto per raccontarti di quando ho cucinato udon a casa di una coppia giapponese, dell’esperienza all’interno di un ryokan, di una passeggiata insieme ad una blogger e del mio nuovo piatto preferito. Se non ricordi dove siamo stati il giorno precedente, clicca su Visita a Kamakura.

 

Tokyo, 30 settembre 2017, sabato.

Ultimo giorno all’interno dello sgabuzz… ehm… della piccola ma graziosa (questo sì) camera del Mystays Asakusabashi (qui t’avevo messo le foto).

Dopo aver fatto i bagagli e il check-out ci siamo messi in marcia per raggiungere il ryokan prenotato per l’ultima notte a Tokyo, zona Asakusa (senza bashi). Meno male che la zona è praticamente la stessa perché Asakusa, per gli amici Asaxa, ce piace assai.

Il ryokan Kamogawa Asakusa si trova praticamente alle spalle del tempio Senso-ji, a tipo due stradine di distanza. La zona è piena di locali e ristoranti, c’è movimento ma non c’è caciara e dopo una settimana passata a girarla in lungo e in largo posso dire ufficialmente che è la mia zona preferita di Tokyo.

Dicevo, il ryokan. Ti giuro che sembra di entrare in un altro mondo. Anzi, sembra di entrare nei cartoni animati giapponesi, e manco ti sto parlando della camera. Dico proprio quando entri nella “hall”, che in questo caso non è una hall ma una stanzetta col legno sul pavimento, il bancone, l’entrata di una piccola sala ristorante sulla destra e quella per la onsen privata sulla sinistra.

C’è pure l’ascensore, e quello stona un po’ in questo contesto, ma vabbe’. Fa comodo con le valigie.

[Immagine presa dalla pagina Booking.com del Ryokan Kamogawa, appartenente agli stessi]

Stamattina siamo arrivati troppo presto per avere la stanza, erano quasi le dieci, ma era voluto: dovevamo semplicemente lasciare l’hotel precedente e mollare le valigie da qualche altra parte, prima di proseguire col programma della giornata. Calcola che alle undici dovevamo stare a Kiba, quindi check-in veloce e di corsa a prendere la metropolitana.

Perché Kiba? Perché dovevamo andare a cucinare un pranzo giapponese insieme a Kaori, che non è quella del Philadelphia ma una carinissima cuoca che mette a disposizione un piccolo studio e la sua lunga esperienza culinaria per insegnare ai turisti come si preparano alcuni piatti tipici del suo Paese.

Ti avevo detto che cercare una casa in Giappone tramite l’indirizzo è un suicidio? No? Bene, te lo dico adesso.

In Giappone non funziona mica come da noi, che tu imbocchi una strada, cerchi il numero civico e hai trovato quello che cerchi.

NO.

In Giappone esiste un sistema totalmente diverso per i civici, che se non erro indicano la zona, la posizione all’interno di quella porzione di zona, e insomma è tutto un casino. E non è che sono cretina io o lo sono gli occidentali, è proprio che non ci si capisce una fava. Infatti i giapponesi che devono darti un indirizzo di solito ti disegnano anche una piantina con dei punti di riferimento fisici, tipo palazzi particolari, semafori, insegne.

Kaori insieme all’indirizzo mi aveva mandato una bella foto di un distributore di benzina ai piedi del suo condominio, e nelle indicazioni mi aveva detto di attraversare il ponte.

Ecco, pure il concetto di attraversare il ponte mi sa che in Giappone è diverso, perché un paio di chilometri dopo ‘sto benedetto ponte (il posto doveva stare a 100 metri, tipo) ho capito che la strada era sbagliata, e siccome si stava facendo paurosamente tardi ho fermato un taxi e gli ho chiesto, praticamente tra le lacrime, di portarci a destinazione.

Solo dopo ho capito che il ponte non si doveva attraversare, si doveva seguire.

E insomma, parecchi we’re really sorry to be late dopo (erano solo cinque minuti di ritardo, ma i giappi ci tengono e in questi casi meglio abbondare che sembrare stronzi) ci siamo tolti le scarpe ed eravamo finalmente da Kaori, che ci ha accolti con un mega sorrisone e due micro cani bianchi di cui fatico a dedurre la razza.

La casa/studio era piccolina, costituita da un piccolo ingresso dove abbiamo lasciato borse e zaini, le scarpe e i cani; una specie di soggiorno con una grande finestra e un tavolo al centro, collegato ad un’altra stanzetta con un altro tavolo e dei divani con le sedie; un cucinino stretto e lungo, col lavello da una parte e i fornelli dall’altra, largo una persona e mezza (per tenere le cose sul fuoco dovevamo entrare uno per volta o si creava un intoppo che manco la mattina sul raccordo) e infine un micro bagno dove ci siamo lavati accuratamente le mani prima di iniziare.

Insieme a me e a Massimo c’erano una coppia di sudafricani sulla quarantina (mediamente simpatici, ma non ricordo i nomi), un padre neozelandese con la figlia (lui si chiama Craig ed è un sacco simpatico, lei un po’ meno) e infine Hajime, il marito di Kaori, cuoco pure lui ma incaricato di farci tremila foto e di mandarcele una volta tornati a casa.

Il menù prevedeva la preparazione di quattro piatti tipici giapponesi: udon preparati nella versione del Kansai e poi nella versione del Kanto, okonomiyaki (li avevamo mangiati qui) e monjayaki.

ryokan Tokyo
Quella con la camicia a righe so’ io.

Gli udon sono una specie di spaghetti ciccioni che si preparano con acqua, farina e sale. Per farli abbiamo usato anche la macchina per la pasta (!!!) e si mangiano in un brodo che contiene salsa di soia e polvere di dashi, tipo ramen.

Gli okonomiyaki sono una specie di frittatona a base di maiale, verza e uova da mangiare con varie salsine, e sono la fine del mondo.

Il monjayaki ha ingredienti simili all’okonomiyaki, ma rimane molto più liquido e sciapo: per mangiarlo con le bacchette diventi stupido.

Un ingrediente a testa, una battuta a testa, abbiamo cucinato questi piatti tutti insieme, seguendo le istruzioni dei padroni di casa.

ryokan Tokyo

ryokan Tokyo
Cose da provare in Giappone: mescolare gli ingredienti con le bacchette.

ryokan Tokyo

ryokan Tokyo
Okonomiyaki sul fuoco!
ryokan Tokyo
Monjayaki

Highlights dell’esperienza:

  • Kaori che chiede ad ognuno di presentarsi e Massimo che dice “I’m Massimo, I’m from Italy, but I don’t speak English so ask everything my girlfriend” indicando la sottoscritta che sbianca;
  • Io che capisco Kaori e consorte, capisco il padre neozelandese, ma non capisco una fava quando parlano i due sudafricani e colleziono figure di merda fotoniche;
  • Kaori che ci dice di stare attentissimi con le quantità degli ingredienti, perché è il segreto per la riuscita dei piatti giapponesi, e poi chiede a me di dosare la salsa di soia al millilitro;
  • Massimo che dopo venti minuti se la ride con Craig manco fossero amici da una vita;
  • i due sudafricani che chiedono a me e a Massimo se amiamo fare la pasta fatta in casa (certo, tra una suonata di mandolino e l’altra) e gli stessi che si sorprendono quando dico loro che cucina quasi sempre lui;
  • Kaori che infila le palline di pasta di udon dentro tre bustine di plastica (uno a coppia come i bravi bambini), le sigilla e ce le fa pestare coi piedi per spianare la pasta prima di passarla nella macchinetta. Allegro prova fotografica:

ryokan Tokyo

Appena finito di cucinare ci siamo riuniti tutti intorno al tavolo nella seconda stanzetta, e abbiamo mangiato come un’allegra famigliola multiculturale.

E’ stato proprio bello!

ryokan Tokyo

E loro sono Kaori e Hajime.

La foto non era compresa fra quelle che mi hanno mandato, ma ho detto a Kaori che avrei parlato di quest’esperienza sul blog e che mi dispiaceva non aver foto insieme a loro due. Non sono carinissimi coi kimono? ❤_❤

ryokan Tokyo

Io ho prenotato questa esperienza su Airbnb, ma non la trovo più O.o quindi ti lascio gli altri contatti: li trovi Facebook col nome Cooking Kodama Kitchen oppure sul sito Kodama Kitchen.

Il secondo appuntamento della giornata prevedeva l’incontro con Stefania di Prossima fermata Giappone, che abita a Tokyo. Salutati Kaori e gli altri siamo andati a prendere di nuovo la metropolitana e l’abbiamo raggiunta a Nippori.

Stefania adora portare i turisti in giro per Tokyo, e si può dire che io e Massimo ne abbiamo approfittato spudoratamente: ci siamo fatti scarrozzare in giro per Yanaka e Nezu, e infine siamo tornati al parco di Ueno, che però era in chiusura.

Yanaka è un quartiere dal fascino antico, pieno di piccoli edifici risalenti al periodo Edo e di negozietti che vendono oggettistica ispirata ai gatti. Pare sia sopravvissuto ad un grosso terremoto del 1923. E’ moooolto carino da girare.

ryokan Tokyo
Yanaka
ryokan Tokyo
L’ingresso al santuario Nezu

ryokan Tokyo

ryokan Tokyo

ryokan Tokyo

Passando attraverso i torii del santuario Nezu mi sono tolta una grossa curiosità: ho chiesto a Stefania se le scritte lungo i pali fossero preghiere. E no, non lo sono. I torii dei templi vengono comprati da chi apre una nuova attività, sperando che siano di buon auspicio, e le scritte sono semplicemente i nomi dei negozi.

ryokan Tokyo

ryokan Tokyo

Ovviamente non sono mancati i pit stop per il cibo.

Ci siamo fermati ad una bancarella che vendeva yakitori – spiedini di carne grigliata e a forma di pallina – e poi abbiamo assaggiato, con mia estrema soddisfazione, un taiyaki che è un dolcetto portafortuna a forma di pesce, ripieno di marmellata di fagioli azuki. La bancarella che li vende dovrebbe chiamarsi Nezu no Taiyaki. Dico dovrebbe perché io il giapponese delle insegne non lo capisco, ma ne parla la mia guida.

ryokan Tokyo
La bancarella che vendeva yakitori
ryokan Tokyo
Massimo che azzanna lo yakitori al pollo
ryokan Tokyo
Taiyaki!

Qualche chilometro dopo eravamo al parco di Ueno, ormai buio.

A quel punto ci siamo salutati con Stefania, abbiamo fatto un salto rapido all’Hard Rock Cafè della stazione per ciapare la solita spilla e poi ci siamo trascinati – quasi letteralmente – verso la metropolitana in direzione di Asakusa: alle 19 ci aspettava la nostra splendida onsen privata!

ryokan Tokyo

Al ryokan abbiamo finalmente preso possesso della stanza. Oddio, stanza. Se nell’hotel precedente dormivamo in una specie di stanzino delle scope, qua abbiamo praticamente un appartamento.

La primissima cosa che mi ha colpito è stata l’odore: questo posto sa di stuoia. Non quelle finte, proprio quelle di canne di bambù. Non saprei come altro descrivertelo. Non è un odore sgradevole, solo… strano.

Appena entri c’è un piccolo ingresso, dove si trovano subito un paio di ciabatte nere a testa e un bagno piccinissimo (completo di vasca!) sulla destra, che sarà largo un metro quadro ma ha comunque le sue ciabatte bianche a parte, il wc e il lavandino. Non solo: l’asse del wc si scalda. E sembra una cavolata, ma non puoi capire che goduria.

Proseguendo nel piccolo ingresso si sale un gradino e si arriva alla prima stanza, quadrata, al centro della quale c’è un tavolo bassissimo con due sedie senza… ehm… le gambe.

Sul tavolo abbiamo trovato un paio di dolcetti e una scatola tonda contenente un servizio da tè, di ceramica decorata, che non osiamo usare. C’è anche un bollitore, e le finestre sono… rivestite di carta o.O

ryokan Tokyo

All’angolo destro c’è un mobile col televisore sopra, e in fondo si accede alla camera da letto dove troviamo due futon belli apparecchiati sul tatami.

I futon sono i letti tradizionali giapponesi, quelli che si possono arrotolare e ficcare negli armadi delle antiche case giappe. Sembrano scomodi, ma credimi che non lo sono affatto. Non dormi per terra come dicono, sotto c’è una sorta di materasso alto circa quindici centimetri.

Accanto all’armadio abbiamo trovato anche due yukata. Non sappiamo se si usano solo per dormire o pure per andare in giro per il ryokan, ma noi ce ne freghiamo e li usiamo pure per scendere nella onsen. Sono stupendi!

ryokan Tokyo
La camera coi due futon

La onsen privata di questo ryokan ha una sorta di antibagno, coi lavandini e il necessario per spogliarsi e rivestirsi – phon, asciugamani, kit di rasatura, pettini usa e getta… – e poi la onsen vera e propria, con la vasca di acqua bollente pronta ad essere utilizzata.

Intanto va detto che la onsen non si usa come una piscina, che ti spogli e ti ci butti dentro e fai casino. E’ un’occasione per rilassarsi, e come tale deve essere vissuta.

La prima cosa è che ci devi entrare nudo come mamma t’ha fatto. Niente costume, specialmente se vai in quelle pubbliche, che infatti spesso sono divise per sesso. L’unica cosa che puoi portarti dietro è un piccolo asciugamano, fornito dai proprietari, che puoi bagnare con acqua fredda e tenere sulla testa per sopportare meglio l’alta temperatura dell’acqua. Stop.

Seconda cosa: prima di entrare nella vasca ci si deve lavare accuratamente, e questa operazione si può fare nei lavatoi che nel nostro caso erano proprio di fronte. Ci sono dei piccoli sgabelli, dei doccini, un secchietto per l’acqua e vari flaconi di sapone: tu ti siedi, ti insaponi bello preciso e poi ti sciacqui per bene, e solo allora puoi entrare nella vasca d’acqua calda.

[Chiaramente non mi sono portata la fotocamera nella onsen, ma voglio troppo fartela vedere quindi ti metto le foto del ryokan che trovi su Booking.com ]

ryokan Tokyo
Qui ci si lava [foto di proprietà del sito Booking.com e del ryokan Kamogawa]
ryokan Tokyo
E qua ti devi rilassare, cercando di non finire lesso. [Foto di proprietà del sito Booking.com e del ryokan Kamogawa]
Quanto bisogna rimanere nella onsen?

Mmm, dipende da quanto reggi. Io dopo dieci minuti ho iniziato ad avere dei cali di pressione, Massimo ha retto un po’ di più. Sono rimasta mezz’ora in tutto entrando ed uscendo ad intervalli regolari, riempiendo in continuazione l’asciugamanetto con l’acqua fredda.

Grazie al cacchio che ti rilassi, praticamente ti cuoci a bagnomaria! Però l’esperienza merita, e quando esci ti senti talmente rilassato che sei tutto molle e informe tipo slime.

E dopo una giornatina di chilometri macinati a piedi, emozioni giappe e onsen, giustamente ce s’è aperta una voragine nello stomaco. Così ci siamo vestiti e siamo andati a caccia di cibo.

In questo caso zio Google s’è rivelato veramente utile, perché ci ha suggerito un ottimo posticino in cui penso proprio che torneremo anche domani. Te ne parlerò nel dettaglio nel post sui ristoranti da provare a Tokyo, comunque abbiamo mangiato un ottimo tonkatsu (maiale panato accompagnato da riso e dalla zuppa di miso più buona dell’universo), che probabilmente diventerà il mio nuovo piatto preferito.

ryokan Tokyo

Tokyo, 1 ottobre 2017, domenica.

Ultimo giorno in Giappone, sob 🙁

Stamattina non ce l’abbiamo fatta a fare colazione col sushi. Quello che ho mangiato a Tsukiji m’è decisamente bastato. Abbiamo scelto una colazione continentale che comprendeva più o meno le classiche cose che si trovano in tutti gli hotel, e per stavolta va benissimo così.

Dopo il check-out abbiamo lasciato le valigie al ryokan e abbiamo fatto un altro giretto per salutare il Senso-ji. La signora di un chioschetto del Nakamise-dori si è sorpresa perché volevo comprare una tela di quelle esposte e ci ho messo un secondo a scegliere quella che mi piaceva. Mi ha proprio fatto i complimenti dicendo che di solito la gente ci mette un secolo a decidersi. Mitica.

Seconda tappa: siamo tornati al parco di Ueno perché ieri sera avevamo visto il tempio Benten-do di striscio e mi aveva colpita.

Prima però ci siamo fermati da Starbucks per prendere un caffè. Quando entri tutti i commessi ti salutano all’unisono pure se c’è un casino assurdo. TUTTI.

ryokan Tokyo

Il Benten-do è dedicato alla dea Benzaiten, la dea dell’acqua, e non a caso si trova in mezzo al laghetto del parco, circondato dalle ninfee.

Si raggiunge tramite una stradina sopraelevata, che oggi abbiamo beccato piena di bancarelle che vendevano cibo di strada.

ryokan Tokyo

ryokan Tokyo

ryokan Tokyo

ryokan Tokyo
Il tempio Benten-do

ryokan Tokyo

Mi sono levata lo sfizio di tornare al 109, il malefico centro commerciale pieno di commesse top model, per comprarmi qualcosa. Ho infilato in valigia un paio di scarpette blu col tacco basso, a dir poco deliziose. Tiè.

Prima di ritirare le valigie e andare in aeroporto siamo tornati a mangiare il tonkatsu, perché dovevo verificare che fosse ancora buono come quello di ieri sera.

Confermo. Imbattibile.

 

E questa è stata la mia fantastica settimana in Giappone, che non vedo l’ora di replicare. Sto già progettando di tornarci l’anno prossimo! Se hai domande sull’esperienza con Kaori o se vuoi suggerire a me e a chi mi legge un’attività simile, lasciami un commento qui sotto! 

Read More
1 2 3
Page 1 of 3