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Una settimana in Giappone: i primi due giorni a Osaka

Siamo qui riuniti, oggi, per iniziare un nuovo, entusiasmante diario di viaggio: quello della mia settimana in Giappone alla scoperta del Kansai.

I sette giorni sono stati così divisi:

  • due notti a Osaka
  • tre notti a Kyoto
  • una notte a Tokyo

Fammi sapere, tramite commentuccio qua sotto, se può esserti utile un altro post con l’itinerario dettagliato che ho creato prima della partenza. Sto ancora decidendo quali post informativi scrivere e sapere cosa ti ispira mi aiuta sempre tantissimo 🙂

3 novembre 2019, giorno 1: arrivo a Osaka

Salto a pie’ pari la parte del volo perché prossimamente dedicherò un post pure ad Air France, così da raccontarti l’esperienza per intero e darti qualche info in più su questa compagnia aerea.

Il nostro arrivo era previsto per le nove di mattina del 3 novembre, ma siamo partiti da Parigi con due ore di ritardo e ci è andata veramente bene arrivando all’aeroporto del Kansai solo un’ora dopo.

Nonostante sapessi già come funziona il controllo dogana in Giappone, c’avevo l’ansia perché mi ero portata diversi medicinali in valigia e pensavo che m’avrebbero arrestata per importazione illecita di fermenti lattici vivi. Tipo i cinesi quando si portano i quarti di maiale in Australia, e quelli di Airport Security glie fanno hai capito proprio male, Ci’

Cinese che guarda un foglio e dice "in che senso i mandarini sono frutta fresca?" - [Una settimana in Giappone, Osaka]

Comunque no, non m’hanno arrestata.

Massimo ha subito cambiato i primi soldi in yen e poi siamo andati a prendere la linea Nankai Express per arrivare nell’hotel a Osaka, a lasciare le valigie.

Prima di proseguire ti spiego la scelta dei due giorni a Osaka e poi ti sparo due minuti di storia della città, così, giusto per creare suspence. Ma due minutini, giuro.

Primo motivo per scegliere Osaka: l’aeroporto internazionale del Kansai, che serve le città di Osaka, Kyoto e Kobe, è più vicino alla prima che alle altre due. Il piano iniziale prevedeva di arrivare a Kyoto e poi di tornare all’aeroporto del Kansai per arrivare in aereo a Tokyo, ma fare il contrario era più comodo e conveniente.

Secondo motivo: nell’immaginario collettivo, e anche nella realtà giapponese, Osaka è la coloratissima città dello street food e della buona cucina. Come ho già detto nel post “missione Giappone: si riparte“, la gastronomia del posto diventerà una parte importante dei miei viaggi, quindi mi è sembrato il minimo cominciare da lì. Ho però escluso Kobe, patria dell’omonima e costosissima carne, perché la città mi pare meno fascinosa di Osaka e quel tipo di carne non mi attirava particolarmente.

E ora…

Un Alberto Angela a caso per introdurre la storia di Osaka

Nata col nome Naniwa, nel XVI secolo Osaka passò dall’essere una piccola città portuale a punto di riferimento importante per i traffici commerciali giapponesi, in primis quelli con la Cina e la Corea. Fece da sfondo ai magheggi politici di un certo Toyotomi Hideyoshi, che unificò il Giappone, e quando la capitale passò da Kyoto a Tokyo, Osaka assunse il ruolo di spacciatrice di riso del Paese. Nel senso che, grazie al porto, la città diventò la principale fonte di riso del Giappone e degli Stati vicini e si guadagnò il nome di “cucina del Giappone”.

I bombardamenti della Seconda guerra mondiale la colpirono duramente, ma Osaka risorse dalle sue ceneri più forte di prima: rimise in piedi fabbriche e porto ed ospitò pure il primo Expo asiatico, nel 1970.

Oggi Osaka rimane un’importante città commerciale e seconda città del Giappone per numero di abitanti – ci vivono 2,7 milioni di giappi!

Ce l’ho messi due minuti?

Grazie Albe’, stamo a posto così. Ho già detto tutto.

L’impatto col nostro primo albergo, l’Hotel WBF Kitahama, è stato più che positivo: la camera era minuscola, col letto incastrato tra le pareti su tre lati, e così pure il bagno, ma se c’è una cosa che i giappi sanno fare bene, quelle sono le camere d’hotel. Hanno pochi metri quadri a disposizione, eppure ci infilano di tutto: ciabatte, cassaforte, pigiami, tv a schermo piatto, sedici prese elettriche, quarantadue asciugamani, shampoo, balsamo e bagnoschiuma da un litro, il phon, il frigo, i cotton fioc, la torcia, le tazze di ceramica, lo spray per rinfrescare i vestiti, un biscottino di benvenuto… ci mancavano giusto un tosaerba e l’albero di Natale per completare l’opera.

Anche la posizione non era male: a pochi metri dalla stazione della metropolitana, Kitahama appunto, e a qualche chilometro a piedi dal famoso quartiere Dotonbori, il regno del cibo di strada a Osaka. Infatti è lì che siamo andati. Senza pensare neanche lontanamente che, specialmente all’ora di pranzo, l’avremmo trovata piena zeppa di turisti.

Dotonbori - [Una settimana in Giappone: Osaka]
Dotonbori - [Una settimana in Giappone: Osaka]

Io volevo assaggiare un miliardo di cose ma, visto il casino e le file che partivano dal centro della strada, abbiamo fatto due foto e poi ce ne siamo andati in una delle stradine secondarie. Lì abbiamo incrociato un tizio che pubblicizzava un ristorante, e che avrà messo quarantatré volte la parola “Osaka” in una frase sola per dirci che da lui avremmo assaggiato piatti tradizionali. Ci ha accompagnato in questo ristorante – una sala lunga tre metri e larga due, con due tavoli su un lato e la cucina in fondo, dove una signora sulla cinquantina stava già spadellando – e lì abbiamo assaggiato due ottimi okonomiyaki e degli yakitori di pollo belli impregnati di salsa, accompagnati da due birre Asahi.

I due piatti e la marca di birra sono effettivamente originari di Osaka, quindi su questo non si può dire nulla. Peccato il conto: 4200 yen, ovvero 35 euro e spicci per, di fatto, due piattini e due birre. Zio, mi sa che ho capito perché devi raccattare i clienti per strada.

Okonomiyaki a Dotonbori - [Una settimana in Giappone: Osaka]
Okonomiyaki
Yakitori a Dotonbori - [Una settimana in Giappone: Osaka]
Yakitori

Per ridurre al minimo gli effetti del jet lag io avevo adottato la nuova tecnica del dormire e mangiare in base all’orario giapponese già sull’aereo, riempiendomi di melatonina come ‘na tossica. Non dico che sono arrivata a Osaka fresca come una rosa, ma stavo meglio rispetto alla volta precedente in Giappone. Massimo invece non era riuscito a chiudere occhio e già nel primo pomeriggio iniziava ad essere stanco, così, sapendo di avere un altro giorno a disposizione per finire di vedere Osaka, siamo tornati verso l’hotel per riposarci due orette.

Lungo la strada abbiamo incrociato un localetto che vendeva melonpan – un dolcetto che somiglia alle rosette di pane, ma zuccheroso – e non mi sono fatta sfuggire l’occasione di provare il melonpan col temutissimo gelato al matcha.

Non ci giro troppo intorno: m’è sembrato di mangiare del gelato agli spinaci, e non per il colore. Il sapore è esattamente quello.

Per cena abbiamo scelto uno dei miliardi di ristoranti che abbiamo trovato sotto l’hotel. Questo in particolare si chiama Sukiya e credo faccia parte di una catena, perché durante il viaggio ne abbiamo visti altri con la stessa insegna.

In Giappone è un po’ difficile scegliere da mangiare se non sai leggere il giapponese, ma molti ristoranti hanno dei cartelli fuori per avvisare che hanno anche il menù in inglese. Sukiya è uno di questi, anche se a me generalmente bastano le figure perché vado a sentimento.

Abbiamo scelto il gyudon: una ciotola di riso con cipolla e fettine di manzo bollite in una salsa di soia, mirin e dashi, specialità del ristorante. Era saporito e buonissimo, lo abbiamo divorato in pochi minuti.

Come accompagnamento avevamo una coccolosa zuppa di miso con maiale e una strana palla di qualcosa che sembrava fritto, simile ad un arancino. Presa dalla curiosità ho affondato le bacchette nella panatura e ho scoperto, con un certo sgomento, che la palla era piuttosto friabile. La cosa peggiore è stata assaggiarla, perché la suddetta palla non solo era molle, ma era pure fredda come se fosse stata appena tirata fuori dal frigorifero. Il sapore era un misto tra un qualche pesce e una verdura cipollosa e piccante. Anche Massimo, che mangerebbe pure i sassi, non ha trovato il coraggio di mangiarla. Non abbiamo ancora capito cos’era.

Cena da Sukiya: un gyudon, zuppa di miso di maiale e, in alto, la palla - [Una settimana in Giappone: Osaka]

4 novembre 2019, giorno 2: visita al resto di Osaka

Prima tappa della giornata: Osaka-jo, il Castello di Osaka. Per arrivarci abbiamo preso la metropolitana fino a Temmabashi e poi abbiamo proseguito a piedi, entrando nel parco del castello che già di suo è meraviglioso.

Vista sul parco del Castello di Osaka e sul lago [Una settimana in Giappone: Osaka]
Parco del Castello di Osaka, sentiero fra gli alberi [Una settimana in Giappone: Osaka]

Il castello si trova su un piccolo altopiano chiamato Uemachi-daichi. E’ stato costruito sulle macerie di un antico tempio tra il 1583 e il 1598 ad opera del samurai Toyotomi Hideyoshi – sì, quello de prima – personaggio ritenuto fondamentale per l’unificazione del Giappone e causa di un certo astio tra coreani e giapponesi, visto che nel 1592 e nel 1596 tentò di invadere la Corea per arrivare alla Cina. La prima invasione durò otto mesi, la seconda manco quello perché i coreani lo rispedirono a casa a calci nel sedere. Seul venne distrutta, ma le perdite giapponesi furono parecchie e ciò convinse il popolo nipponico che alla Corea non glie devi rompe’ le palle.

Il castello subì vari assedi e fu prima incendiato, poi riconvertito in caserma durante il governo Meiji, e infine ristrutturato. Ora è il simbolo più importante della città di Osaka.

Castello di Osaka visto dal ponte [Una settimana in Giappone: Osaka]
Castello di Osaka tra gli alberi dai colori autunnali [Una settimana in Giappone: Osaka]

Nei suoi otto piani – dall’esterno se ne vedono solo cinque – c’è un museo che ospita diversi reperti storici, comprese le rappresentazioni degli eserciti giapponese e coreano durante i vari scontri. All’ultimo piano invece c’è un terrazzo che offre una vista pazzesca su tutta la città, e manco te lo sto a di’ che c’era più gente lì che in tutto il museo.

Il biglietto del museo costa 600 yen.

Vista sul parco e su parte della città dal terrazzo del Castello di Osaka [Una settimana in Giappone: Osaka]
Questa è la vista dal terrazzo del castello

Per pranzo siamo andati al Kuromon Market, il mercato coperto di Osaka. Somiglia molto al Nishiki Market di Kyoto, che mostrerò nel prossimo post, ma è molto meno turistico.

Lì ci siamo dati alla pazza gioia, assaggiucchiando tutto ciò che sembrava commestibile.

Ingresso al Kuromon Market di Osaka [Una settimana in Giappone: Osaka]
Prezzi del pesce in vendita al Kuromon Market di Osaka [Una settimana in Giappone: Osaka]
I 12.000 yen (circa 99 euro!!) presumo siano il prezzo di mezzo granchio gigante.

Menzione d’onore per una vecchina che vendeva spiedini panati delle forme più assurde, il cui contenuto non era tradotto in inglese: non ha capito una mazza di quello che le abbiamo detto, ma ci ha restituito dei sorrisi dolcissimi e ci ha fatto pure uno sconto. I due spiedini che abbiamo comprato nascondevano un tentacolo di polpo e una zampa di granchio gigante giapponese, entrambi deliziosi e ad un prezzo ridicolo.

Gli spiedini panati della vecchina, Kuromon Market [Una settimana in Giappone: Osaka]
Questo era lo stand della vecchietta. Noi abbiamo pescato a caso nel primo cestino da sinistra.
Polipo fritto al mercato Kuromon [Una settimana in Giappone: Osaka]

E sì, ho parlato di granchio gigante giapponese. In Giappone esistono i granchi giganti, e io ho appena deciso che non farò mai il bagno in quei mari. Agevolo prova fotografica presa da Wikipedia:

Immagine del granchio gigante giapponese
Lycaon (Hans Hillewaert) [CC BY-SA 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/)], immagine presa qui

E poi siamo finiti in un negozio che vendeva takoyaki, le palline che contengono polpo e magma guarniti col tonno secco, bone ‘na cifra.

In realtà abbiamo provato anche una versione un po’ diversa di takoyaki: tre palline chiuse tra due dischi di una specie di sottile cialda rosa chiaro, con maionese e forse ketchup. I takoyaki sapevano di takoyaki, le cialde sapevano di polistirolo con la maionese. Il senso di questo abbinamento non l’ho ancora capito, e secondo me qualche divinità giapponese s’è incazzata parecchio per questo affronto.

Vassoio di takoyaki con tonno secco [Una settimana in Giappone: Osaka]

Passeggiando siamo finiti dalle parti del tempio di Namba Betsuin, in cui non siamo riusciti a entrare perché ormai s’era fatta ‘na certa e in Giappone chiude tutto alle cinque del pomeriggio, soprattutto i templi.

Nel frattempo m’è quasi venuta ‘na sincope perché a qualche metro di distanza c’era un negozio Marimekko. FINLANDESI IN GIAPPONE, fermi tutti. Ho subito comprato una tazza, per poi accorgermi che era made in Thailand. Effettivamente m’avevano detto che Marimekko non è più la Marimekko de ‘na volta, ma pensavo che almeno le tazze le facessero in Finlandia, visti i prezzi -.-

In zona c’è anche l’Hard Rock Cafè di Osaka, dove ho acquistato una coloratissima spilla da aggiungere alla mia collezione.

Per cena avevamo voglia di ramen. Google c’ha dato gli indirizzi di ben tre ottimi ristoranti di ramen vicino all’hotel ma, oh, ce ne fosse stato uno aperto. Ora voglio sapere, caro Google: gli orari e i giorni di apertura chi te li dà, il mago Otelma?

Per puro miracolo, visto che ormai s’erano fatte le undici di sera, abbiamo trovato Sukiya aperto e lì abbiamo provato un piatto costituito da una scodella di riso, anguilla grigliata in salsa di soia, striscette di maiale bollito e cipolla. Il nome non lo so, forse è un altro tipo di gyudon.

Piatto di riso, anguilla in salsa di soia e maiale [Una settimana in Giappone: Osaka]

L’anguilla in salsa di soia è parecchio saporita e contemporaneamente quasi dolciastra, ma col riso bollito e la carne sta da dio. E’ solo un po’ pesantino da digerire, infatti il giorno dopo…

[Continua nel primo giorno a Kyoto]

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