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Diario di viaggio: (un noioso) Capodanno a Stoccolma

Aspettavo questo Capodanno a Stoccolma come si aspetta il pacco di Amazon dopo gli acquisti del Black Friday: con l’ansia de sape’ se hai fatto l’affare della vita o se hai preso ‘na sòla.

Due giorni e mezzo di tempo, un festivo di mezzo, possibili temperature polari e un volo prenotato riempiendo di parolacce le low cost, giusto per vedere se ‘sto Nord Europa continuava a piacermi fuori dai confini finlandesi.

Ricordi tutta la storia del me ne fotto del poco tempo, l’importante è andarci? Ecco, cancella tutto. O almeno per Stoccolma non vale. Non a Capodanno. No, raga’.

30 dicembre 2018, domenica.

Tutto è iniziato col nostro primo volo Finnair. Abbiamo fatto scalo a Helsinki, c’hanno riempito di cioccolatini Fazer e ho parlato tre lingue in una frase sola con un assistente di volo particolarmente simpatico. Lui finlandese che parlava inglese e spiccicava qualcosa di italiano, io l’esatto contrario e me la sentivo calla.

capodanno a stoccolma

Se giudicassi un viaggio in base a ciò che combino nelle prime due ore di permanenza, sarei fottuta. Perché io nelle prime due ore non capisco mai una mazza, non mi oriento, non so che devo fare né dove sono finita, e se succede qualcosa di negativo mi deprimo subito. Deve essere successo questo a Stoccolma. Tempo due ore ero già incazzata come una biscia.

Il colpevole è un commesso del Pressbyrån della stazione centrale – il Pressbyrån è una sorta di conbini svedese, ma molto meno fornito – che, alla mia richiesta di sei biglietti singoli dei mezzi pubblici, m’ha mollato una card blu di plastica e m’ha fatto ciao ciao con la manina. Io sono uscita dal negozio, ho guardato Massimo, ho guardato la card blu, ho riguardato Massimo e sono tornata dal commesso per dirgli che ancora so contare fino a sei.

Risposta: “fidati sorella, t’ho dato la carta più poraccia che abbiamo per prendere i mezzi, fidati ché funziona.”

Insomma me so’ fidata di ‘sta Access Card. E ho fatto male. Perché i sei biglietti servivano a prendere la metropolitana e l’autobus per arrivare in hotel (per due), a tornare indietro per vedere un po’ la città ed eventualmente a ripartire il giorno dopo. Invece appena siamo saliti sull’autobus la card ha funzionato una volta e alla seconda dava l’allarme rosso. Il conducente ci ha fatti passare lo stesso, ma c’era comunque qualcosa che non tornava.

Alla fermata del tram davanti all’hotel abbiamo trovato un lettore per la suddetta card, l’abbiamo passata e sullo schermo sono apparse una manciata di corone seguite dalla scritta no ticket. Come no ticket ?! Ma se valgono settantacinque minuti e noi ce ne avevamo messi venti?

Nel frattempo siamo entrati nel Motel L, che avevo scelto per il prezzo economico (140 euro per due notti in doppia contro i minimo 220 degli altri hotel), per la colazione varia e per la sua posizione in centro, dalla quale immaginavo che ci saremmo potuti godere almeno i fuochi d’artificio. Un po’ come a Varsavia, insomma.

capodanno a stoccolma
Per fare questa foto e farci entrare il letto mi sono dovuta stampare sulla parete.

Ebbene, posizione in centro una beata mazza visto che intorno c’erano solo negozi chiusi e lavori in corso, e per raggiungere la civiltà dovevamo sempre prendere almeno un autobus.

La colazione costava 9 euro a coccia, e in un altro posto avrei detto macchittese, però le recensioni dicevano che valeva la pena e io ok allora proviamola. Volevamo pagarla in anticipo per non pensarci più e invece no, non se poteva fa’ manco quello. Poi siamo arrivati in camera e quella era caruccia e pulita ma molto, moooolto più piccola di quelle che apparivano su Booking. Calcola che l’ho paragonata allo sgabuzzin… ehm la camera minuscola che ci avevano dato a Tokyo, e t’ho detto tutto.

Nel momento preciso in cui mi sono messa davanti allo specchio per impormi la calma e l’accettazione di un hotel che comunque ci era costato poco, ecco un ulteriore motivo di disagio: due bolle in faccia grosse come un cazzotto. Apparentemente morsi di zanzara. A Stoccolma. A dicembre. Con la neve e due gradi sotto zero.

Diciamo che non ho preso molto bene ‘sto mucchio di dettagli che non avevo previsto.

Comunque, appurato che con la Access Card non c’avevamo davvero capito una sega, abbiamo scoperto che la SL (la compagnia dei trasporti pubblici stoccolmesi) ha un’applicazione dove è possibile acquistare i biglietti. La cosa buona è che puoi farlo nel momento in cui stai prendendo l’autobus, e pagare con una carta prepagata. La cosa brutta è che con questa modalità ogni biglietto costa la modica cifra di 44 corone svedesi (4,29 euro) invece di 31 (3,03 euro) e quindi ci siamo mossi avanti e indietro dall’hotel a botte da 88 corone alla volta.

capodanno a stoccolma

La cosa ancora più brutta è che su Internet questa maledetta Access Card non è menzionata come fondamentale per muoversi a Stoccolma, e nessuno ti spiega come funziona. Tonnellate di post sulla Oyster Card di Londra o sulla Pasmo di Tokyo, che sono simili, e nessuno si caga la Access. Pure l’ente del turismo di Stoccolma te la fa breve dicendo che puoi comprare la card oppure i biglietti singoli da 75 minuti.

Mi ci sono incaponita talmente tanto che, appena tornata a Roma, la prima cosa che ho fatto è stata scassare la minchia proprio all’ente turistico di Stoccolma e alla SL per capire cos’avevamo sbagliato. Ho avuto delle risposte e ci farò un post. Sapevatelo.

Torniamo a noi.

Essendo arrivati a Stoccolma intorno alle quattro del pomeriggio e avendo perso buone due ore tra pullman per il centro, biglietti sbagliati e robe varie, l’unica cosa che potevamo vedere della città era Gamla Stan, il quartiere medievale. Idea supportata anche dal fatto che, a parte i cioccolatini Fazer del volo, non avevamo ancora messo nulla nello stomaco dalla mattina.

Arrivati a Gamla Stan ci siamo trovati davanti un quartiere desolato. Niente lucine natalizie, negozi chiusi ma soprattutto quasi nessuno in giro. Ci siamo messi a cercare qualcuno dei locali che avevo segnato sulla guida, aperti di domenica, ma erano chiusi pure quelli. Allora ci siamo messi a cercare i mercatini natalizi, a Gamla Stan ce ne doveva essere proprio uno dei tanti!

…No raga’. A Stoccolma i mercatini di Natale finiscono a Natale.

Tutti.

capodanno a stoccolma
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Notare pure l’edificio rosso, uno dei simboli di Gamla Stan, coi lavori in corso.

In piena disperazione abbiamo seguito un paio di indicazioni per il Palazzo Reale, dove tra l’altro vivono davvero i reali svedesi. Lo hai visto tu? Sì? Noi no. Perché se ci siamo passati davanti manco ce ne siamo accorti, tanto eravamo depressi e… soli.

A quel punto non sapevo più se ridere o piangere. Ho cacciato fuori Google Maps per individuare gli altri ristoranti tipici in zona, e siamo passati da “andiamo a mangiare in quella taverna che è fighissima” a “no vabbe’, fermiamoci in un locale qualsiasi che faccia cucina svedese” a “… fanculo, va bene anche un hamburger“. Infatti abbiamo mangiato quello. Ci siamo infilati in una sorta di pub gestito da due che sembravano bengalesi, ci siamo seduti ad un tavolo nel corridoio nel retro, sotto ad una lampada rotta (…), e abbiamo pagato due hamburger, dei nachos con la salsa e delle ali di pollo surgelate qualcosa come 60 euro. No comment.

capodanno a stoccolma
Il nostro tavolo.

Tornando in hotel io ho ricominciato a soffrire per la tendinite al piede, che sembrava essermi guarita un mese fa e invece ‘sta cippa, e cosa poteva succederci? Prima abbiamo sbagliato stazione della metropolitana, e poi il 74, l’autobus che ci avrebbe portati davanti all’hotel, quella sera aveva l’ultima corsa alle 22.16. Noi ce ne siamo accorti dieci minuti dopo. Quindi ci siamo fatti quasi due chilometri a piedi fino all’hotel, con la mia caviglia che implorava pietà.

L’unica cosa positiva è che ci siamo goduti una passeggiata nei dieci centimetri di neve che ricoprivano la strada, e che non faceva troppo freddo.

31 dicembre 2018, lunedì.

Oggi andrà tutto bene. Oggi andrà tutto benissimo e Stoccolma mi piacerà un casino” mi sono detta appena sveglia, sforzandomi di fare un sorriso a settantadue denti.

Siamo scesi nella hall per fare colazione. Dopo il pagamento la receptionist ci ha consegnato due bigliettini per fare il “breakfast check-in”, ma nessuno ce li ha chiesti, ‘sti bigliettini. Così ci siamo avventati sul buffet. Per la parte dolce c’erano solo del pane fresco, un paio di marmellate e i burri; per la parte salata invece c’erano affettati, tra cui la spalla di maiale (boh), formaggi e una specie di paté di fegato, che io non ho avuto il coraggio di prendere (mi ricordava quello di Praga), ma a Massimo è piaciuto un casino; infine bevande calde e fredde.

Stavo giusto finendo il mio pane con la marmellata quando ho visto sbucare, dal nulla, una tipa che chiedeva i bigliettini della colazione alla gente che si avvicinava al buffet. Ho guardato Massimo e gli ho comunicato che sarei partita alla volta della tizia per darle anche i nostri.

Certo. Peccato che il mio nel frattempo fosse sparito. Volatilizzato. Nessuna traccia.

A quel punto m’è tornata la mole di incazzatura del giorno prima, tutta insieme tipo le valanghe nei film di Fantozzi, e mi sono alzata cominciando a svuotare portafogli, tasche, maniche, calzini, mutande, custodia dello smartphone, tutto.

Oh, niente, non l’ho trovato. Quel maledetto bigliettino deve aver aperto un varco nello spazio-tempo per tornare indietro a quando era ancora un albero, non c’è altra spiegazione. Idem il mio proposito di saltellare in direzione della cameriera per la consegna dei dannati foglietti, considerando che non ce ne avrebbero stampati altri e anzi, magari ci avrebbero chiesto di pagare un’altra volta, giusto per stare sicuri.

Ci tengo a sottolineare che la reception distava due metri e mezzo dal buffet, e bastava allungare lo sguardo verso il bancone per capire chi aveva pagato. Oppure fare una cosa antica tipo parlarsi, tra staff e staff, per capire chi aveva diritto e chi no. O ancora, farsi un registro da flaggare. Darsi un urlo tipo jodel. Farsi i gesti come quelli che giocano a pallavolo, che ne so. Invece no, sprechiamo carta e complichiamo la vita alla gente.

Anyway, sincera? Per 9 euro a testa mi aspettavo di meglio. Alla fine di svedese c’era giusto il pane e ‘sto benedetto patè, come prezzo di una colazione continentale mi pare eccessivo.

Spoiler: il giorno dopo l’abbiamo fatta altrove.

L’obiettivo primario del giorno era l’isola Djurgården. E’ un’isola nel centro della città – Stoccolma è costruita su 14 isole – immersa nel verde e piena di musei, tra cui il museo del Vasa, quello degli ABBA e Skansen, il museo all’aperto più fico della Svezia. Skansen somiglia un po’ a Seurasaari, ma è molto più vasto.

A Skansen sono state trasportate e ricostruite molte vecchie abitazioni provenienti da tutte le regioni del Paese, Lapponia compresa. Dentro molte di esse ci sono dei personaggi in costume tradizionale che lavorano come artigiani, oppure mostrano l’abitazione in cui si trovano rispondendo alle domande dei visitatori. Io ero fomentatissima.

Dunque abbiamo preso il nostro bell’autobus, la nostra bella metropolitana e un altro autobus per arrivare a Djurgården. Nel frattempo siamo passati accanto a Gamla Stan e devo di’ che di giorno e con degli esseri umani sembrava molto, molto più bella.

capodanno a stoccolma
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A Djurgården ci siamo fiondati subito al Vasamuseet, il museo del Vasa. La fila era lunga, ma scorreva velocemente e alla fine si divideva tra la cassa per pagare in contanti, e quella per pagare con le carte.

capodanno a stoccolma
Il Vasamuseet è costruito tutto intorno al Vasa, come si può notare dai tre alberi che spuntano dall’edificio!

Una cosa che ho dimenticato di dirti è che in Svezia qualsiasi cosa si può pagare con le carte di credito, anche un caffè. Comodo per non dover cambiare gli euro in corone svedesi, un po’ meno per tenere d’occhio le spese perché non ti rendi conto di quanto spendi. La cosa che non sapevo però è che alcuni negozi non accettano proprio i contanti, anche dei bar. Proprio non li vogliono. Bizzarro, eh?

Il Vasa fu costruito nel 1628 per essere la nave di punta della Marina svedese dell’epoca. Gustav II Adolf, l’allora re della Svezia, chiese ai suoi costruttori un galeone gigantesco, pieno di statue e decorazioni ma soprattutto pieno zeppo di cannoni, una roba mai vista. L’obiettivo di Gustavino infatti era quello di farsi grosso col cugino Sigismondo, suo nemico, ex re della Svezia e re della Polonia.

Pare che il progetto iniziale del Vasa fosse adatto alla navigabilità, ma fosse stato modificato in seguito ad ulteriori richieste del re. Il Vasa uscì lungo 69 metri, dotato di tre alberi, dieci vele, 700 sculture e ben 64 cannoni disposti su entrambe le murate, ciascuno in grado di sparare palle da 11 chili ciascuna.

capodanno a stoccolma
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La ricostruzione della decorazione sulla poppa della nave.

Con queste premesse, è quasi inutile chiedersi come ci sia finito sott’acqua.

Il giorno dell’inaugurazione della flotta navale, due raffiche di vento fecero ballare un po’ troppa macarena all’intera nave, che si inclinò pericolosamente di lato a causa del baricentro troppo alto. I cannoni erano fuori, pronti a sparare due colpi per festeggiare l’evento, e invece eccallà, furono proprio quelli a permettere al Vasa di imbarcare acqua dagli sportelli aperti, e di affondare dopo pochi metri.

Che scemino, Gustavo. Chissà quanto ha riso, invece, Sigismondo.

Ci siamo fatti una foto con uno strano gnomo su una panchina, che teneva in braccio una chitarra (?) e si muoveva tutto, e poi abbiamo raggiunto il museo di Skansen.

capodanno a stoccolma
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Io avevo comprato i biglietti online, sul sito ufficiale del museo, ma non c’era la fila destinata a chi li aveva già. Dunque ci siamo sparati prima una fila normale, poi la fila per i gruppi e infine abbiamo fatto gli occhi dolci ad un tizio, accanto ai tornelli col lettore ottico, che ci ha fatti entrare.

Siamo arrivati al villaggio e abbiamo visitato la bottega del vetraio, quella del fabbro e un paio di case “abitate”, dove ci hanno accolte due bellissime signore svedesi in costume. Purtroppo non si potevano fare foto.

capodanno a stoccolma
Il vetraio all’opera
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C’era anche la bottega del panettiere, che vendeva pane fresco e dolcetti svedesi, e noi ne abbiamo approfittato spudoratamente: abbiamo comprato un dolcetto ai mirtilli buonissimo, uno identico alla vaniglia ugualmente buono e un dolcetto natalizio svedese, chiamato lussekatter, fatto con uvetta e zafferano. Quest’ultimo ci è piaciuto un po’ meno.

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Massimo e un lussekatter
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Il dolcetto alla vaniglia, in svedese vaniljbullar!

L’unico problema è che Skansen è veramente, ma veramente grande, e io dopo un po’ ho ricominciato a zoppicare e a maledirmi per aver avuto l’idea di andarci. Sulla strada per la zona dedicata agli animali nordici – una sorta di zoo – mi sono accasciata su una panchina ghiacciata e mi sono arresa all’idea di dover tornare indietro per riposare.

capodanno a stoccolma

Siccome erano quasi le quattro e non avevamo pranzato, mi sono detta che potevamo almeno andare al mercato coperto di Hötorgshallen, dedicato al cibo internazionale: chioschi di cibo svedese ma anche giapponese, italiano, finlandese, sudamericano, insomma ‘na cifra di roba. Mi interessava in particolare provare Kajsas Fisk, che vendeva dell’ottimo pesce e una zuppa calda da leccarsi i baffi, e siccome potevamo arrivarci direttamente col tram 7 siamo partiti.

Poi Murphy mi ha sentita. E appena arrivati davanti al Kajsas Fisk un ragazzo del chiosco ci ha detto che stavano chiudendo.

Mancavano cinque minuti alle quattro, secondo le mie informazioni il mercato chiudeva alle sei. Niente, non c’è stato niente da fare, alle quattro hanno chiuso tutto e noi ci siamo attaccati al cacchio.

Allora abbiamo ripreso la metro e siamo andati all’Hard Rock Cafè, perché sai che devo sempre farci una tappa. Solo che stavolta eravamo intenzionati a mangiare lì, visto che erano quasi le cinque.

Nel mezzo del cammin di nostra vita abbiamo beccato un Burger King, e siccome all’Hard Rock Cafè probabilmente avremmo mangiato le stesse cose spendendo il doppio, ci siamo fermati lì. Altro hamburger. Buona, ‘sta cucina svedese.

Al negozio dell’Hard Rock abbiamo beccato una commessa italiana, precisamente sarda, e non so perché ‘sta cosa mi stava facendo commuovere. Forse il freddo m’aveva già fritto il cervello, vai a capi’.

Uscendo ci siamo trovati davanti un supermercato svedese. Io e Massimo ci siamo guardati, abbiamo pensato la stessa cosa e siamo entrati nel supermercato. Poi siamo tornati in hotel col bottino.

Abbiamo festeggiato il capodanno in camera nostra, guardando il concerto a Skansen in diretta tv, e mangiando panini del supermercato fatti con le polpette svedesi e una strana salsa fucsia.

capodanno a stoccolma

1 gennaio 2019, martedì.

Come precedentemente spoilerato, il nostro ultimo giorno non abbiamo fatto colazione in hotel, bensì in un bar della stazione centrale che se non ricordo male si chiamava Espresso. Ho bevuto un cappuccino ottimo ma in quantità bibitone, e una pallina di cioccolato al cocco che ho visto in tutte le vetrine, molto buona.

Ho in programma un post dedicato a quanto abbiamo speso per trascorrere Capodanno a Stoccolma, nel dettaglio, e ti dirò anche quanto abbiamo speso per un cappuccino, un dolcettino e un caffè. Comincia a ridere.

capodanno a stoccolma

Ci siamo fatti un giro veloce a caccia di souvenir, che non ho mai trovato, ma sono riuscita almeno a comprare le cartoline per il mio gruppo di viaggiatori su Facebook (→ Storie di viaggiatori liberi). Infine abbiamo preso il pullman per l’aeroporto di Stoccolma Bromma, che è il più piccolo della capitale svedese.

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Il nostro aereo era un fantastico ATR-72 della Norra, uno di quelli ad elica. Ti dico solo che eravamo una sessantina, di cui la maggior parte bambini (!!!) e, proprio per questa ragione, abbiamo tardato di mezz’ora perché le assistenti di volo hanno dovuto rifare il bilanciamento, spostandoci continuamente di posto uno con l’altro e facendo i conti su un post-it giallo. Fortuna che l’abbiamo tutti presa a ridere. E fortuna che quel volo è servito solo per arrivare a Helsinki.

In Finlandia poi abbiamo preso un aereo di quelli veri.

Conclusione: mi sa che a Stoccolma dovremo tornarci in estate.