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Diario di Viaggio: i miei primi tre giorni a Dublino (parte 1)

Se qualcuno mi chiedesse qual è stato il viaggio più bello che ho fatto fino ad ora, risponderei sicuramente quello a Dublino di cinque anni fa. I motivi sono due: Dublino è una città fantastica che merita assolutamente di essere vista, e sono stata in viaggio con una ragazza fuori di testa, che qui chiamerò Amelia e che è stata la mia migliore amica per diversi anni.

E’ iniziato tutto con una conversazione in chat…

Diario del viaggio a Dublino

Amelia l’ho conosciuta chattando su Internet circa otto mesi prima del viaggio, a gennaio. Chattavamo tutte le sere, anche fino a tardi, e nonostante non ci fossimo mai incontrate, il feeling che c’era tra noi era incredibile.

Una sera di luglio stavamo parlando di viaggi e di uomini (in quel periodo avevamo entrambe una cotta per due tizi che non ci calcolavano proprio). Non so bene come, lei ha iniziato a dirmi che qualche tempo prima era stata a Dublino e che avrebbe voluto tornarci. Mezz’ora dopo stavamo prenotando il volo per il nostro primo viaggio insieme in Irlanda.

Siamo partite il 22 settembre 2008, lei da Bologna e io da Roma. Lei con Ryanair, io con Aer Lingus perché con Ryanair… piuttosto mi costruisco una zattera e me la faccio così fino in Irlanda. Lei 60 euro di volo, io cinquecento perché al ritorno volevo prendere l’aereo con lei e quindi fare scalo a Bologna. Me ne sono fregata altamente del resto, compreso il fatto che per prenotare i miei due voli di ritorno con due compagnie come Alitalia e Aer Lingus mi partisse metà stipendio. L’unica figata è stata che i nostri voli di andata avevano orari coincidenti e siamo arrivate a mezz’ora di differenza una dall’altra. Poi non parliamo del fatto che l’assistente di volo Aer Lingus m’abbia scambiata per la figlia di una coppia di irlandesi ciccionissimi seduti vicino a me, simpatici almeno finché non hanno iniziato a russare come due procioni, dieci minuti dopo il decollo.

Quando io e Amelia ci siamo viste ci siamo corse incontro rischiando una sonora capocciata. Ancora me la ricordo: io che esco dal controllo passaporti e lei che mi corre incontro sventolando un fogliettino con su scritto il mio nickname.

Abbiamo preso un taxi e ci siamo fatte portare al Trinity City Hotel, il nostro fantastico hotel a 5 minuti da O’Connell Street e a 500 metri dal Trinity College. Fatto il check-in e scoperto le coordinate geografiche esatte di macchinetta delle bibite, mini giardino dell’hotel carinissimo, ristorante dell’hotel e ascensore parlante siamo andate a cercare la nostra camera e abbiamo perso un buon quarto d’ora a cercare di capire il funzionamento della tessera magnetica. L’ho detto che in due facevamo un cervello solo? Per fortuna alla fine abbiamo risolto, altrimenti saremmo ancora qui a prendere la porta a testate.

Dopo un giro panoramico della stanza – e del bagno – siamo uscite a dare un’occhiata a Dublino.

dublino

dublino

dublino

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Il primo incontro con la cultura irlandese è stata in un Despar, un supermercato che io non avevo ancora mai visto in Italia e che mi sembrava fighissimo perchè ero convinta fosse molto irish. Ci siamo fiondate dentro con l’intenzione di comprare qualcosa per cena e siamo uscite con, nell’ordine:

– un tramezzino
– una boccia d’insalata russa
– 185794625 sacchetti di caramelle gommose perchè fffiiiiigo dai dai dai mangiamoci le caramelle
– due bottigliette d’acqua da mezzo litro

Tutte cose molto irlandesi, insomma. Il tutto senza busta perchè non sapevamo come si dice busta in inglese, e per evitare figure di cacca ce ne siamo andate con tutta la roba in mano, salvo poi arrivare in albergo col dubbio che la receptionist c’avrebbe guardato malissimo. E infatti la receptionist ci ha guardato malissimo.

Salite in camera ci siamo parcheggiate sui letti in pigiama e ci siamo date alla pazza gioia con la nostra cena, mangiando l’insalata russa con la mano a coppetta perché c’eravamo dimenticate di comprare le posate. Quindi lei che mangiava e io che rischiavo il soffocamento ogni due secondi perché ridevo come una scimmia urlatrice impazzita.

Mettiamoci pure che ci siamo finite l’acqua con le caramelle e che non avevamo spiccioli per prendere l’altra alla macchinetta delle bibite del piano terra. Una scena che ci ha perseguitate a lungo: lei che mi chiede come si dice acqua del rubinetto in inglese, perchè ha intenzione di chiedere alla receptionist se è potabile, e io che dico water of … e mimo l’apertura dei pomelli del rubinetto. Epica.

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