Una figuraccia prima di partire e una durante la prima cena, il cambio dei soldi, l’hotel, il cibo e il primo impatto coi polacchi: questo è ciò che troverai in questa prima parte del viaggio a Varsavia.

Capodanno a Varsavia: diario di viaggio

Roma, 30 dicembre 2016, venerdì.

Massimo: “Amo’? Sei sicura che quel formaggio sia tutto tuo?”

Io: “Ma che ne so, quello m’ha mollato ‘sto piatto insieme alla zuppa…”

Massimo: “Amo’…”

Io: “… no, me sa che… me sa che non è tutto mio. Vado a rimetterlo a posto, sì. Mi sa che… ssssì. Vado.”

Cuoco: “…”

E’ iniziato così il nostro viaggio. E’ iniziato con un pranzo in un ristorante self-service nell’aeroporto di Fiumicino, io che ho ordinato una zuppa di ceci col parmigiano, il cuoco che mi ha piazzato davanti al muso un piatto con decine di scatolette di parmigiano, io che sul momento non c’ho pensato e me lo stavo portando via intero.

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Massimo m’ha sfottuto per due giorni di fila.

E poi te lo dicevo, no? nel mese in otto punti di dicembre: avrei di sicuro recuperato qualche figura di cacca durante il viaggio a Varsavia. E pensa che manco ero partita!

Sul volo Wizz Air per Varsavia grasse risate: io e Massimo siedevamo accanto ad una decina di italiani e due di loro erano napoletani, non avevano mai volato e se la facevano sotto ad ogni movimento dell’aereo tirando fuori le migliori perle del dialetto campano. Ti lascio immaginare.

C’era pure una signorotta dietro di noi che continuava a lamentarsi perché né il pilota, né gli assistenti di volo parlavano in italiano. Strano per un volo di una compagnia aerea ungherese diretto in Polonia, eh signo’ ? Chissà se avrà chiesto pure ai polacchi come mai non parlavano italiano.

Comunque questo è un ottimo motivo per non fare mai l’assistente di volo.

[Per sapere perché, invece, non dovresti mai fare la hostess di terra, clicca qui.]

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A Varsavia la temperatura era di 0°C.

Io, insieme alla valigia e allo zainetto, sul groppone c’avevo pure un mezzo chiletto d’ansia. Il motivo? I soldi.

Per la prima volta in vita mia ero arrivata in un Paese straniero senza aver cambiato i soldi in Italia. Tutti mi avevano consigliato di cambiarli direttamente in Polonia e mi ero fidata, ma partire senza uno złoty in tasca, per me che soffro di pippe mentali feroci, è stata dura. Immaginavo sportelli bancomat solo in lingua polacca, commissioni altissime agli uffici di cambio, nessuno che accettava gli euro, io in lacrime che chiedevo spiccioli come i barboni. ‘na tragedia.

Il primo bancomat invece lo abbiamo trovato direttamente all’interno del terminal arrivi dell’aeroporto di Varsavia, ed è andato tutto liscio come l’olio. L’unico problemino è che in Polonia, o almeno al bancomat dell’aeroporto, puoi prelevare solo 300 PLN (złoty) per volta, che equivalgono a circa… 68 euro. Questo piccolo dettaglio ha fatto passare il mio mezzo chiletto d’ansia ad ansia livello pro.

La nostra prima tappa, ovviamente, era il nostro hotel. Avevo prenotato una camera presso l’Hotel Mercure Warszawa Centrum. Si trova in centro, di fronte al Palazzo della Cultura e della Scienza (in polacco Pałac Kultury i Nauki ), e mi avevano fatto un ottimo prezzo con la carta fedeltà: 1012,50 PLN (circa 230 euro) per tre notti in camera doppia, tariffa cancellabile.

Ci siamo trovati bene: ottima posizione, stanza sempre pulita e credo che manderò loro una mail per farmi dire marca e modello di cuscini e materassi, per comprarli e metterli a casa mia. Erano fantastici, davvero. Ci ho dormito da Dio.

La colazione però non era compresa.

Stanza del Mercure Warszawa Centrum Hotel

Al Pałac Kultury i Nauki ci siamo arrivati col bus 175, solo che il palazzo c’ha quattro facciate esattamente uguali e io non avevo segnato qual era la facciata di fronte all’hotel. Infatti c’abbiamo messo buona mezz’ora per arrivarci, con la valigia al seguito e un vento ghiacciato dritto in faccia.

Sulla strada per l’hotel, inoltre, ho notato altre due cose.

La prima era che il Pałac Kultury i Nauki si illuminava di tutti i colori, e di fronte stavano preparando le luci per lo spettacolo di Capodanno.

La seconda era la presenza di decine di grattacieli più o meno alti e bizzarri, e di ben tre centri commerciali nel raggio di mezzo chilometro. Tre. Carino se avessi scelto di visitare New York, non Varsavia, ma non sapevo che quella era la zona del centro direzionale della città.

Per cena eravamo troppo stanchi per macinare altri chilometri, così siamo scesi direttamente al bar ristorante dell’hotel, il Winestone.

Ecco la seconda figuraccia del giorno: sono andata alla cassa per ordinare e pagare i piatti che avevamo scelto, ma non riuscivo a capire bene quello che diceva la tipa polacca e stavo facendo una figura a dir poco imbarazzante. Così, per fare la simpatica e tirarmi fuori dalla cacca, mi sono lanciata in una frase che voleva essere una battuta autoironica:

“I’m sorry. I’m a bit tired tonight and I’m Italian, I’m a bit slowly.”

In caso te lo stessi chiedendo, l’intenzione era quella di chiederle di parlare lentamente, perché essendo italiana c’avevo un po’ di problemi a capirla. Invece ho fatto confusione e le ho detto che io sono italiana e sono un po’ “lentamente”.

Due applausi ce li mettemo?

Sì, dopo sono andata a nascondermi. E con quella tipa non c’ho più parlato per il resto del viaggio.

Abbiamo cenato con due piatti diversi. Massimo s’è preso un piatto unico a base di involtini di manzo polacco (perché polacco is better), insalata in salamoia e gnocchetti di patate, tutto molto buono.

involtini di manzo polacchi

Io invece mi sono buttata sullo żurek: una zuppa tipica polacca a base di farina di segale acida, funghi, uova sode e carne di maiale.

Era decisamente acida, appunto, e sul menù c’era pure scritto, ma io no, io devo provare lo stesso e farmi rientrare la faccia per capirlo. Quindi no, non m’è piaciuta per niente. Non sono nemmeno riuscita a finirla.

Massimo invece l’ha assaggiata e l’ha amata all’istante, vuole trovare la ricetta per rifarsela a casa. Pazzia ne abbiamo?

Zurek

Per rifarci la bocca siamo usciti a cercare qualcosa di dolce. Nelle vicinanze l’unico posto aperto era l’Hard Rock Café, e col bordello che c’era lì dentro facciamo anche no. Così ci siamo buttati in un minimarket stranamente aperto e abbiamo comprato dei biscotti. Svedesi.

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