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Diario di Viaggio: Giappone e Qatar (parte 5)

Torniamo a parlare della settimana a Tokyo, ti va? 🙂 Oggi ti racconto della gita a Kamakura, di polpette e ristoranti cinesi. Il diario di viaggio è quasi finito, e penso proprio di aver lasciato il meglio per la fine!

Se non ricordi più dov’eravamo rimasti, leggi il post precedente cliccando su → Tokyo: mercato di Tsukiji, Shibuya e Shinjuku.

 

Tokyo, 29 settembre 2017, venerdì.

Prima di partire non avevo fatto grossi programmi, ma avevo deciso di vedere se non Kyoto, che costa ‘na botta e sta lontanissimo, almeno Kamakura.

Kamakura è una deliziosa città di mare a tipo una cinquantina di chilometri da Tokyo ed è famosa per il Daibutsu, un Buddha di bronzo alto 11 metri.

Come ce se arriva a Kamakura? Noi siamo arrivati a Shinjuku, ci siamo persi nella stazione sei o sette volte come da tradizione, e poi abbiamo preso la linea metropolitana Shōnan-Shinjuku fino a Kita-Kamakura. Ci vuole circa un’oretta. Da lì ce la semo fatta a piedi fino al Daibutsu, semplicemente seguendo le indicazioni per strada.

Abbiamo beccato una bellissima giornata, e comunque Kamakura è proprio carina. Meno carine le indicazioni sparse un po’ dappertutto su cosa fare in caso di tsunami. Minchia che ansia. 

Queste erano sul lato della strada. Mi sa che cuffia e bavaglino rossi sono oggetti portafortuna.

Lungo la strada ci siamo fermati in un conbini perché ero rimasta senza uno yen, e ne ho approfittato pure per comprare… ehm… gli assorbenti. Sì, quelli per le mestruazioni. Perché nei conbini di solito ci trovi sia i bancomat che i bagni, e ne ho approfittato per cambiarmi.

E ora riflettiamo su una cosa: come è possibile che le giapponesi, che stanno avantissimo e soprattutto sono di corporatura più piccola rispetto a noi occidentali, usino assorbenti GIGANTI? Eh? E come fanno a camminarci senza sembrare deficienti? Io sono uscita dal conbini camminando sciolta come Mazinga, dimmi te se è normale.

Comunque, lungo la strada ci siamo imbattuti in un parco con una serie di templi, e che fai non ce lo fai un giro?

Si tratta dell’Hasedera Temple di Kamakura, uno dei 33 luoghi sacri dell’area del Kanto.

Secondo la leggenda, nel 721 d.C. il monaco Tokudo Shonin trovò un albero di canfora enorme dalle parti del villaggio di Hase, nella regione di Nara, e pensò di ricavarci due statue della divinità a undici teste Kannon. Una delle due statue è conservata nel tempio Hasedera di Nara, mentre l’altra è stata gettata in mare e sarebbe riapparsa solo al momento di “salvare il popolo”. E’ ricicciata quindici anni dopo sulla spiaggia di Nagai, vicino Kamakura appunto, e l’Hasedera è stato costruito per onorarla.

L’ingresso al tempio costa 300 yen (altre informazioni le trovi su http://www.hasedera.jp/en/ ). All’interno bisogna seguire un percorso che sale e scende lungo la collina e porta ai diversi templi dedicati a Kannon.

E’ un posto molto bello e rilassante, c’è da camminare un po’ ma niente di eccessivo, e verso la metà del percorso ci sono dei punti panoramici sul mare e sulla penisola con una bella terrazza. Lì ci trovi anche una signora che vende una specie di mochi morbidosi, però non li chiamano mochi ma “dumplings”, gnocchi. Erano molto buoni.

Questa so’ io che me faccio fuori i “dumplings” senza accorgermi di Massimo che mi scatta una foto. Che eleganza.

Finito il giretto al tempio siamo tornati a seguire le indicazioni per il Daibutsu.

Per strada ci siamo accorti di un camioncino che vendeva niente poco di meno che i takoyaki, le palline di polpo fritte finite da subito nella lista di cose da assaggiare a Tokyo, e ci siamo divisi una porzione da 6. Quelli però non avevano il tonno secco che balla la macarena sopra alle palline, ma dei micropescetti fritti.

Mamma mia che bontà raga’.

Bisogna solo stare attenti ad un piccolo particolare: i takoyaki vengono serviti alla temperatura della lava, e anche se sembrano tiepidi l’interno può fonderti il palato in due secondi. Occhio a mangiarli piano piano.

A quel punto il takoyaki ci aveva aperto lo stomaco, e siccome la strada per arrivare al Buddha ancora non finiva, abbiamo iniziato a dare un’occhiata in giro per capire dove potevamo pranzare.

Bene, di 248745 ristoranti giapponesi che abbiamo beccato ci siamo andati a buttare nell’unico di cucina cinese. Intuendolo solo una volta entrati ed accomodati al tavolo, intendo. Una signora molto poco loquace ci ha portato due menù e lì abbiamo avuto la conferma definitiva.

Eravamo in un ristorante cinese. A Tokyo. Benissimo.

Siccome pareva brutto alzarsi e andarsene praticamente senza motivo, abbiamo deciso di rimanere. Del resto prima o poi voglio andare pure in Cina.

Io ho preso il ramen cinese a base di maiale, molto buono ed abbondante, mentre Massimo s’è buttato su riso e un piatto di carne e pesce misti. A parte abbiamo preso anche un piatto di shumai, che sono una specie di ravioli poco saporiti con dentro carne o pesce. Ecco, quelli non ci hanno fatto impazzire.

Finito il pranzo a Massimo è venuto in mente di fumarsi una bella sigaretta, ma a Kamakura non avevamo ancora visto nemmeno una smoking area, così abbiamo chiesto alla proprietaria del ristorante se poteva indicarcene una nei paraggi. Lei, gentilissima, ci ha aperto il retro del ristorante (!!!) e ci ha permesso di fumare nell’ingresso di quella che sembrava una casa privata. Troppo caruccia.

Alla fine siamo giunti davanti al Daibutsu.

Hanno iniziato a costruirlo nel 1252 e ci sono voluti ben dieci anni per realizzarlo. Intorno alla statua in realtà c’era anche un tempio che però andò distrutto a causa dei forti venti di due tempeste, una nel 1334 e l’altra nel 1369.

Il bimbetto è alto, compresa la base, 13,4 metri, e pesa la bellezza di 121 tonnellate. Prova ad alzarlo, va’.

Sai che ci si può anche entrare dentro? Noi lo abbiamo fatto poco prima della chiusura, ma l’interno in realtà non è molto interessante.

A quel punto della giornata eravamo troppo stanchi per pensare di fare altro. Siamo tornati a piedi a Kita-Kamakura, fotografando qualche altro scorcio della cittadina, e poi dritti in hotel.

Stasera niente cena e si va a letto presto, perché domani ci aspetta una giornata decisamente movimentata: cambieremo hotel, cucineremo a casa di una coppia di giapponesi ed incontreremo Stefania. Non vedo l’ora!

 

[→ presto la sesta parte!]