Inizia la parte seria del viaggio: l’arrivo a Tokyo. Siete pronti? Siete caldi? Lo dico al plurale perché chiedere se “sei caldo” me pare un po’ brutto.

Come? Ti sei perso la prima parte? Cioè, io manco ho cominciato e tu già me te perdi? Va bene, ti perdono, ma clicca subito su -> un giorno di transito a Doha.

Tokyo, 26 settembre 2017, martedì.

Stamattina ci siamo alzati all’una passata. Nessun sintomo di jet lag, pare.

[AHAHAHAHAH, NO.]

Ieri sera siamo atterrati al Tokyo Haneda un’ora prima del previsto, alle nove e mezza eravamo già qui.

Entrando in aeroporto abbiamo incontrato un giapponese ogni dieci metri che stava lì al solo scopo di salutarci. Solo welcome to Japan e un mezzo inchino mentre passavamo. Troooooppo carucci.

Al controllo passaporti c’era un poliziotto accanto alla fila che stava in piedi sopra ad un cubo. Fermo lì sopra, immobile. Una tizia a metà fila, invece, controllava i documenti per verificare che fossimo nella fila corretta, e prima di arrivare davanti al banco per il controllo c’era un quadrato blu sul pavimento con la forma dei piedi, dove dovevamo fermarci ad aspettare il nostro turno. Qua in Giappone è pieno di queste robe qui: omini che fanno cose strane e poi segnali, indicazioni, quadrati sul pavimento. La figata è che la gente li rispetta pure. I segnali, dico. Ma pure gli omini.

Se stai per organizzare un viaggio in Giappone forse saprai che, appena arrivi in aeroporto, devono farti una foto e prendere le tue impronte digitali. Ecco, io questo passaggio me lo immaginavo tipo così:

Invece è questione di un minuto, una roba velocissima. Ti piazzi al banco, molli il passaporto e il custom declaration form compilato (in un altro post parleremo pure di questo), fissi l’obiettivo di fronte a te (possibilmente evitando di fare figure di merda come quella che ho fatto io a Fiumicino) e premi gli indici sul rilevatore di impronte. Fatto.

Altri omini che fanno cose strane: al nastro bagagli c’era un ragazzo coi guanti bianchi che prendeva al volo le valigie e le sistemava delicatamente sul rullo.

Prima di uscire siamo andati a comprare la fantastica Pasmo, una card che va ricaricata e serve a pagare i mezzi pubblici, e abbiamo preso la metropolitana della Keikyu Line. La linea sembrava proseguire addirittura fino ad Asakusa, ma a mezzanotte ci hanno fatto scendere tutti a Shinagawa. Ci abbiamo messo un po’ a capire che non avremmo potuto prendere un altro treno, perché qualche secondo dopo se n’è fermato un altro e noi siamo saliti, ma ci hanno fatto scendere di nuovo. A mezzanotte si ferma tutto raga’, dove stai stai, quindi siamo usciti dalla stazione e abbiamo preso un taxi.

I taxi hanno gli sportelli che si aprono e si chiudono da soli, c’hanno i sedili coi merletti bianchi e gli specchietti retrovisori sul cofano. In effetti sono anche piuttosto cari: per arrivare da Shinagawa al nostro albergo di Asakusabashi abbiamo speso 4500 yen (33 euro), ma dall’aeroporto sarebbe stato ancora più caro.

La nostra stanza non è piccola, è davvero microscopica. Sarà larga due metri e lunga quattro, non c’è l’armadio, il letto da una piazza e mezza è attaccato al muro e per passare dobbiamo tirare su le valigie dal corridoietto. Per il resto c’è tutto: scrivania, TV con canali giappi, cassaforte inglobata nel letto e addirittura una mini lampada per le emergenze.

[La foto della camera è uscita malissimo, ma ci tengo a mostrartela comunque.]

All’entrata abbiamo trovato uno spazio per lasciare le scarpe, le tisane e delle ciabattine che penso servano per usare la toilette. Dico penso perché noi le abbiamo usate in giro per tutta la stanza.

Sì, pure il bagno è microscopico, però anche lì non manca niente. Partiamo da lui, il washlet. Lui e le sue 49674 funzioni. Mi ci sono seduta sopra ed è partito lo sciacquone a caso. Tutto regolare, pare che serva a coprire il rumore della pipì, però dura tipo due minuti perché si vede che le giapponesi c’hanno la pipì veloce.

E poi ci sono le cose classiche dei bagni giappi: una vasca dalle sponde che mi arrivano all’anca, un lavandino tondo, i dispenser con tutti i saponi, le cosine usa e getta per lavarsi.

Per cena abbiamo subito approfittato del conbini (un mini supermercato aperto 24 ore) al piano terra. Abbiamo preso due ramen a caso, due onigiri e un dorayaki agli azuki, tutto buonissimo tranne il mio ramen che era maledettamente piccante. Qua in Giappone hanno l’abitudine di risucchiare rumorosamente il ramen bollente per mostrare apprezzamento, io volevo far pratica ma dopo tre secondi avevo già perso sensibilità alla bocca.

La nostra prima cena giappa!

Oggi siamo stati ad Asakusa, uno dei quartieri più antichi di Tokyo, e ci siamo andati a piedi da Asakusabashi. Saranno stati tre chilometri, neanche tanti, e ce li siamo fatti costeggiando il Sumida-gawa, il fiume che attraversa Tokyo.

La prima tappa è stata l’ufficio turistico di Asakusa. Volevo prendere una mappa della città, ma ho scoperto che praticamente non ne esiste una. Tokyo è troppo grande per una cartina, bisogna prenderne una per ogni quartiere o non se ne esce.

All’ultimo piano della palazzina c’è un bar e un terrazzino dal quale è possibile vedere il panorama sulla citt… ehm, forse solo su Asakusa. Al piano terra invece c’è un ufficio di cambio: io ne ho approfittato per cambiare qualche euro in yen, ma ho scoperto troppo tardi che non era conveniente.

Il panorama in direzione del tempo Senso-ji

Prima di proseguire verso il tempio Senso-ji, Massimo si è fermato a fumare nella smoking area dell’ufficio turistico. A Tokyo non si può fumare per strada, ma solo in apposite aree e in alcuni locali.

Per arrivare al tempio bisogna passare in una strada piena di negozietti di souvenir e leccornie giappe, Nakamise-doori, dove abbiamo comprato un melonpan. Il melonpan pare ‘na rosetta di pane, e invece è fatto di una pasta molto morbida, dolce e zuccherosa. E’ un dolcetto tipico di Asakusa. Pensa che ci andrebbe pure il gelato dentro!

Per raggiungere il tempio Senso-ji bisogna oltrepassare la Kaminarimon, la Porta del Tuono. Chiaramente ci vado io e ci trovo i lavori in corso.

Il tempio Senso-ji è il tempio buddhista più antico di Tokyo, ed è stupendo. Prima di arrivarci c’è un grosso incensiere, dove la gente si ferma per tirarsi addosso il fumo profumato, e una fontana dove bisogna purificarsi sciacquandosi le mani.

Le persone che vogliono pregare al tempio devono mettersi in fila, quando arriva il loro turno lanciano una monetina dentro un affare di metallo e poi pregano. Noi ovviamente non lo abbiamo fatto, ci manca pure che offendo una divinità giapponese e poi sto a posto. In compenso ho fatto rifornimento di amuleti portafortuna.

Nello stesso complesso ci sono altri templi minori e una pagoda, e un laghetto con le carpe. Bellissimo, un posto bellissimo.

Tempio Senso-ji

Nakamise-doori

Tornando su Nakamise-doori ci siamo infilati in una delle gallerie commerciali che spuntano sulla destra (col tempio alle spalle), e ci siamo fermati a “pranzare” (erano le cinque) in un locale specializzato in ramen. Abbiamo ordinato due ramen tonkotsu (ramen a base di maiale), due gyoza (ravioli giapponesi) e una birra Asahi per un totale di 2710 yen (20 euro). La signora ci ha servito anche due bicchieri d’acqua, io le ho chiesto una bottiglia ma non ci capivamo, e alla fine ho lasciato stare.

Di nuovo a piedi, ci siamo diretti alla Tokyo Sky Tree.

Volevo pagare i 4600 yen dei biglietti con una banconota da 10000, perché avevo solo quella, ma non c’è stato verso: la ragazza del banco di vendita, con un sorriso da un orecchio all’altro, ha continuato a guardarmi speranzosa in attesa che cacciassi fuori i soldi precisi. Alla fine ho pagato con la carta di credito. Sul momento mi è sembrata una cosa molto strana, ma forse le mancava il resto da darmi e non sapeva come dirmelo.

I biglietti acquistati ci hanno permesso di salire al terzo piano, che non è l’ultimo perché quello costava tipo 1300 yen di più. In ogni caso ci siamo goduti una bellissima vista su Tokyo.

A una certa hanno proiettato anche dei fuochi d’artificio sui vetri, e poi è partito un anime. Non so se abbia a che fare con la storia della torre o se sia semplicemente una storia romantica per le coppiette che vanno a visitarla.

La serata si è conclusa con due onigiri (uelli al tonno e maionese sono la fine del mondo, ma quello della foto è al salmone) e una compressa di melatonina presa alle tre del mattino per riuscire a pigliare sonno.

 

[→ leggi la terza parte]