Riprendiamo da Tokyo: oggi ti racconto il secondo giorno nella terra del Sol Levante.

Se ti sei perso i due giorni precedenti, clicca su Un giorno a Doha e Tokyo: primo giorno in Giappone e Asakusa. Annamo avanti!

diario di viaggio tokyo 

Tokyo, 27 settembre, mercoledì.

Fermi tutti, ho capito che effetto mi fa il jet lag. Niente sonno fino alle tre de mattina passate. La cosa che mi fa rodere più di tutto è che io sull’aereo non ho manco dormito per evitare ‘sto casino, invece Massimo sì, e l’effetto è stato lo stesso. La prossima volta col cazzo che rimango sveglia dieci ore.

Non ho fatto nessun tipo di programma per questo viaggio, ma avevo deciso che dopo Asakusa sarebbe toccata ad Akihabara, il quartiere dell’elettronica. Guardando la cartina fregata all’albergo, stamattina, abbiamo visto che potevamo arrivarci tranquillamente a piedi e così abbiamo fatto: invece di prendere la metropolitana ci siamo messi a seguire il ponte della ferrovia fino alla fermata giusta. Due geni, dai. Però non eravamo gli unici, perché a farci compagnia sullo stesso percorso abbiamo beccato diversi studenti e salary men in giacca e cravatta.

Pit stop ad un micronegozietto di zona che vende melonpan di diversi tipi a 300 yen – noi abbiamo preso quelli normali, perché Massimo c’è andato in fissa e io ho visto troppo tardi quello al cioccolato – e poi fermata obbligatoria ad uno dei perfidi distributori di minibibite. Perfidi perché ci svuoteresti il portafoglio.

Siccome sentivo il bisogno di caffeina, con poco più di 100 yen ho provato una bottiglina di “Georgia”, una bevanda che sa di yogurt al caffè e che mi avrebbe dato subito dipendenza, se solo non avessi intuito che contiene 4986157823 calorie. Se proprio devo ingrassare, facciamo almeno che sia per qualcosa di più grosso e ciccione no?

Comunque, alla fine siamo giunti ad Akihabara. Per essere considerata l’Electric City di Tokyo me pare un po’ piccoletta. O meglio, i palazzoni coi megacartelloni a tema manga sono pochini rispetto a quelli che mi immaginavo io. Però una cosa è certa: questa è la Tokyo che ci immaginiamo tutti.

diario di viaggio tokyo akihabara

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Passato lo stupore iniziale ci siamo infilati subito in uno dei megastore della Sega, ma siamo usciti quasi subito e a mani vuote: 62487 interi piani di distributori di gadget e l’ultimo è una sala giochi. Poco interessante.

Non abbiamo potuto fare a meno di notare un intero palazzo dedicato ai giocattoli erotici, ma non ci siamo entrati (ora me ne pento perché un mio collega ci è andato di recente con i suoi e s’è spaccato dalle risate, ndA). Invece ci siamo messi a cercare Super Potato, e lo abbiamo trovato solo per puro culo facendo per la quarta volta il giro intorno ai palazzi.

Super Potato è un palazzo – imbucatissimo e strettissimo – di tre piani completamente dedicato ai retrogames, i giochi degli anni ’80 e ’90.

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In realtà, da Super Potato trovi principalmente tre cose:

  • le vecchie console degli anni ’80 e ’90 tipo il NES, oppure la Playstation 1 (che costava 500 yen, meno di 4 euro!);
  • Super Mario Bros everywhere, però molti gadget non si possono comprare e questa ancora devo capirla. Volevo regalare il funghetto a mio fratello e ci ho messo tre ore per capire che stava esposto a caso senza essere in vendita. Idem un pupazzino di Crash Bandicoot che volevo assolutamente.
  • I gadget dei Pokémon, perché Pikachu là dentro se la comanda proprio.

Ovviamente ci sono anche molti altri giochi, tipo Final Fantasy, ma non avendoci mai giocato non conosco né storia né personaggi, e non saprei dirti se c’erano gadget rari della serie. Con Super Mario invece io e mio fratello ci siamo praticamente cresciuti, e infatti non ho resistito alla macchinetta a gettoni del terzo piano: con 100 yen mi sono sparata una partitella. Peccato che c’ho perso un po’ la mano e ho perso quasi subito! 🙁

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Vedi i pupazzini in alto sullo scaffale? Ecco, io li volevo TUTTI.

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Io che perdo a Super Mario.

Puntatina da Bic Camera, che è un centro commerciale (ho solo saccheggiato il reparto delle maschere per il viso) e poi ci siamo dati alla fuga in direzione della tappa successiva: il parco di Ueno. 

Nel parco di Ueno ci sono principalmente due cose: i templi fighi e lo zoo. Oltre al parco in sè, intendo.

Ecco, soffermiamoci sullo zoo di Ueno, perché noi ci siamo entrati prima di sapere quanto cacchio era grosso e quanto tempo c’avrebbe preso. Io, poi, credevo che fosse una sorta di riserva naturale dedicata ai panda rossi, invece mi sa che quel giorno m’ero drogata pesantemente. Si tratta di un normalissimo zoo, la cui star è un panda gigante che pare provenga dalla Cina.

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diario di viaggio tokyo zoo di ueno

Giappine che fanno la foto col panda *O*

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Gli elefanti che si tengono per la coda, WTF

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“Carini e coccolosi ragazzi, CARINI E COCCOLOSI.”

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“Bambino, sei saporito?”

Prima di passare alla seconda parte dello zoo con la monorotaia – che è a pagamento, ma io già strisciavo sui gomiti per la stanchezza e non me n’è fregato un cacchio di pagare – piccola pausa per darci alle rispettive droghe: una boccia di Georgia al caffè per me e una sigaretta per Massimo.

Ecco, la pausa sigaretta di Massimo m’ha fatto riderissimo, perché in Giappone si fuma solo nelle (pochissime) smoking area, e quella dello zoo c’ha le sbarre su tre lati. Diciamo che Massimo non si è sentito proprio a suo agio, ecco.

Tre fumatori nello zoo di Ueno.

Nella seconda parte dello zoo abbiamo visto gli animali notturni, le scimmiette, gli orsi, un laghetto pieno zeppo di piante acquatiche enormi, una tartaruga gigantesca, e dei leoni marini che se la snuotazzavano nelle vasche e ogni volta che ci passavano davanti sembrava che sorridessero.

Mentre guardavamo l’orso bruno dell’Hokkaido da un vetro, un vecchietto giapponese accanto a noi ha iniziato a sorriderci tutto fiero, e ha continuato a indicarci l’orso che intanto si muoveva di qua e di là nella sua tana.

A proposito di cose carine, devi sapere che i giappi fanno una cosa adorabilissima: quando gli dici qualcosa e loro lo capiscono, annuiscono sgranando occhi e bocca e sospirando un “aaah!”, ma lo fanno proprio con sentimento! Stupendo.

Ah, per la cronaca, i panda rossi non c’erano proprio. Manco in foto, manco un disegnino, niente. Boh, me li sarò sognati.

diario di viaggio tokyo zoo di ueno

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Usciti dallo zoo ci siamo resi conto di esser finiti leggermente in culo al mondo rispetto alla fermata di Ueno dalla quale eravamo partiti, e alla quale in teoria pensavamo di ritornare. Io a quel punto c’avevo le gambe che facevano giacomo giacomo e ‘na fame che parevano due. Immagina la mia faccia quando ho alzato gli occhi e ho visto che per arrivare al ristorante che avevo scelto dovevamo cambiare ben tre linee di metropolitana, oppure dovevamo tornare a piedi a Ueno.

Ovviamente ho deciso di prendere le tre linee di metropolitana, nonostante le proteste di Massimo. Di camminare un altro po’ non se ne parlava proprio.

Il delizioso ristorantino che avevo puntato è specializzato in okonomiyaki, una sorta di pizzette a base di farina, cavolo, uovo e carne che ti cucini da solo utilizzando una piastra rovente al centro del tavolo. Questo posto in particolare, poi, era un locale molto tradizionale: appena arrivati ci hanno fatto togliere le scarpe, ce le hanno fatte chiudere in un sacchetto che ci siamo portati dietro (!!!) e ci hanno fatto accomodare… per terra, sul tatami, di fronte ad un tavolo bassissimo. E’ stato meraviglioso!

diario di viaggio tokyo okonomiyaki

Un Massimo felicissimo di stare seduto sui talloni, e gli okonomiyaki ancora crudi.

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E questa sono io che sfascio gli okonomiyaki.

Appena ci siamo “seduti” è arrivata una signora gentilissima a spiegarci i piatti sul menù.

Si può scegliere il tipo di carne o pesce da mettere nell’okonomiyaki (non mi ricordo se ci sono anche solo a base di verdure), ti portano una ciotola con tutti gli ingredienti freschi che hai scelto, tu devi mischiare e poi spatasci tutto sulla piastra accesa. Quando l’okonomiyaki è cotto ci puoi mettere sopra un paio di salsine, lo tagli e te lo mangi.

Io ho scelto quello al manzo e maiale, Massimo solo manzo. Siamo qua solo da due giorni, ma questa è assolutamente una delle cose più buone che abbiamo mangiato a Tokyo. 

[Presto pubblicherò un post con tutti i nomi dei piatti e dei ristoranti da provare a Tokyo.]

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Okonomiyaki cotti, pronti per essere divorati.

Dopo cena siamo andati a fare una passeggiata fino al tempio Senso-ji.

Siamo rientrati e abbiamo dovuto affrontare la lavatrice. Ho finito la roba da mettere, c’è poco da fare.

Sono andata giù in reception a comprare il detersivo (130 yen per quattro chili di bucato) e mi sono decisa. Alla fine, insieme a Massimo, sono miracolosamente riuscita a lavare la nostra roba senza farla restringere o darle fuoco, ma ci siamo dovuti arrendere davanti all’asciugatrice: abbiamo messo il programma a dieci minuti, ma dopo un’ora stava ancora lì a sballottare.

Alla fine, nel terrore che esplodesse la lavanderia, abbiamo tirato fuori tutto e ci siamo portati i panni bagnati su in camera. Li abbiamo stesi in bagno usando tutte le stampelle, e ora pare di fare pipì nella tintoria dei Puffi.

 

[→ presto la quarta parte ]