Oggi inizio a raccontarti il viaggio di una settimana a Tokyo con un giorno di scalo a Doha, in Qatar.

C’è una novità: riporterò tutto quello che ho scritto sul diario di viaggio vero. Enjoy.

Da qualche parte sopra la Cina, 25 settembre 2017, lunedì.

In questo momento sono sul volo da Doha a Tokyo, e sto cercando di non dormire. Non è facile se consideri che avremo dormito sì e no dieci ore in due giorni, e se consideri pure che il mio orologio segna le 11.45 italiane, ma so che mancano meno di quattro ore all’arrivo e saranno le 22. Non è nemmeno notte, o il tramonto. BOH. STO IMPAZZENDO.

Però che roba strana e fighissima il cambio di fuso orario.

CIBOH.

Ieri mattina abbiamo scoperto, in aeroporto, che la nostra tariffa ci obbligava a inviare il bagaglio da stiva direttamente a Tokyo, anche facendo scalo di una notte intera a Doha. La cosa non mi convince, non era scritto da nessuna parte quando ho preso il biglietto e non ne capisco il vantaggio per la compagnia aerea. Secondo me è una stronzata. Indagherò.

Il risultato comunque è stato uno: abbiamo messo ciò che poteva servirci per la notte nel trolley piccolo – fortuna che ce lo siamo portato dietro – e abbiamo tenuto quello e il mio zaino come bagaglio a mano. Purtroppo, nella fretta, ci siamo dimenticati alcune cose importanti: il caldo porco del Qatar che ci ha fatto sudare l’anima, il deodorante e un reggiseno pulito. In questo momento indosso una t-shirt con la scritta QATAR sbrilluccicosa, presa in aeroporto alla fantastica cifra di 22 euro, e il reggiseno del costume che avrei dovuto usare nella piscina dell’hotel. Piscina che ovviamente era in ristrutturazione -_-

Appena siamo arrivati a Doha mi sono stupita dell’effetto che mi ha fatto vedere il deserto. Lungo la rotta siamo passati anche sul deserto dell’Iran e sono rimasta imbambolata a fissarlo dal finestrino. Non credevo che avesse il potere di affascinarmi.

Il deserto dell’Iran visto (male) dal finestrino.

Al controllo dell’immigrazione Massimo è passato tranquillo, a me invece sono state fatte diverse domande. Il tizio mi ha guardata sospettoso e mi ha chiesto prima una misteriosa card, poi quanto intendevo stare a Doha e il nome dell’hotel. Un collega gli ha detto qualcosa e si sono decisi a mollarmi. Simpatici. Voglio credere che facciano controlli a campione, e non che l’abbiano fatto perché sono donna. In Qatar è tutto strano se sei donna.

Abbiamo prelevato i riyal al bancomat, perché non trovavamo un ufficio di cambio, e poi abbiamo preso un taxi, perché dicono che la rete dei mezzi pubblici a Doha fa abbastanza schifo. I taxi di Doha sono verde menta, e lo sono pure alcuni pullman.

Mentre arrivavamo in hotel siamo passati vicino alla Corniche, il lungomare, e c’era un sacco di gente che agitava le bandiere del Qatar. Ho chiesto al tassista se fosse un giorno festivo, quello ha farfugliato qualcosa sull’emiro ma non ci ho capito una mazza.

La Corniche

C’era un po’ di traffico e abbiamo speso 40 riyal per arrivare in hotel (meno di 10 euro).

L’hotel era carino, la stanza grande e ben arredata ma non pulitissima. Ci siamo cambiati e io ho messo una gonna lunga fino ai piedi, i sandali e una t-shirt. Sul sito della Farnesina dicevano che l’importante è coprire spalle, ginocchia e collo, ma quest’ultimo non sembrava importante. Infine ho scoperto che la mia fotocamera si era inspiegabilmente scaricata, quindi sono uscita armata solo di cellulare.

Prima di uscire ho chiesto di nuovo se stesse succedendo qualcosa e se potevamo andare sulla Corniche in quanto turisti (avevo visto solo donne e uomini in abiti tradizionali arabi, le prime in abaya nero e i secondi in kandura bianchi). Il secondo receptionist finalmente ci ha spiegato cosa stava succedendo: non c’era nessun problema per noi, semplicemente l’emiro del Qatar stava tornando da New York e loro lo stavano aspettando.

Siamo andati in quella direzione e abbiamo trovato un macello: la Corniche transennata e completamente piena di uomini e donne, coperti dalla testa ai piedi, che sventolavano bandiere nazionali; il traffico completamente FERMO sulle strade laterali; poliziotti sui marciapiedi che fermavano chiunque passasse, compresi noi. Ci siamo messi accanto a loro ad aspettare e alla fine, dopo una trentina di SUV bianchi e sotto tre grossi elicotteri, è passato l’emiro Tamim bin Hamad al-Thani. Io ho provato a riprendere la scena col telefono, poi mi sono accorta di non aver registrato nulla. Benissimo.

Manco il tempo di capire che l’emiro era passato, è sbucato un tizio dal nulla che voleva intervistare Massimo per un giornale locale. Lui a volte si impanica con l’inglese, così il tizio mi ha chiesto di aiutarlo a tradurre, non prima di avermi lanciato una strana occhiata. In sostanza ci ha chiesto – registrando il tutto col telefono, pure lui – se eravamo venuti in Qatar per salutare l’emiro. Io stavo per sbottargli a ridere in faccia, ma mi sono trattenuta e gli ho detto che eravamo semplicemente in transito. Quello c’è rimasto un po’ male, poi ci ha chiesto se comunque eravamo lì alla Corniche per l’emiro e a quel punto ha avuto la sua risposta positiva. Di dove siete, che fate, ‘ndo annate e fine, ci ha scattato due foto e ci ha dato il biglietto da visita dicendo che saremmo apparsi sul giornale di oggi. Manco te lo sto a di’ che non abbiamo fatto in tempo a comprarlo, stamattina.

Dopo un’altra cinquantina di SUV è finito tutto, e noi siamo finalmente arrivati sul lungomare di Doha. C’era un’umidità pazzesca che s’appiccicava addosso e tutte le donne coperte, dalla testa ai piedi, da questo abito nero chiamato abaya, e gli uomini uguale ma in bianco. Come cacchio fanno a reggere il caldo? Ci nascondono i ventilatori lì sotto?

Ti presento i dhow.

Io mi sono sentita parecchio osservata, la gente si girava proprio a fissarmi e se n’è accorto pure Massimo. Mi sa che ho toppato alla grande a non coprirmi pure la testa. Comunque nessuno ci ha detto nulla.

Siamo passati accanto al Museo dell’Arte Islamica e si vedeva il classico skyline di Doha coi grattacieli dell’area residenziale. Avevo letto che c’era la possibilità di fare un giretto in dhow, quelle che credevo fossero barchette qatariote e invece erano barcone, ma era tutto spento e non c’era nessuno a bordo, mi sa che di sera non se po’ fa’.

Altri dhow e in fondo a destra si vede il museo

La faccia dell’emiro è OVUNQUE

Ci siamo accorti che oltre la Corniche praticamente Doha sembra una città povera: marciapiedi spaccati, vetrine opache di locali che sembrano poco raccomandabili. Cercando il Souq Waqif siamo finiti in due centri commerciali completamente vuoti. C’eravamo solo noi e i commessi fuori dai negozi che ci guardavano passare. Non è stata una bella sensazione. Nelle vetrine ho notato che non c’erano vestiti, ma metri di stoffe bellissime appuntate contro manichini femminili. Forse vendono solo abiti su misura.

Alla fine, per cena siamo tornati in hotel e abbiamo approfittato del ristorante. Servizio lentissimo se consideri che c’eravamo solo noi e un altro tavolo, e i piatti ci sono arrivati dopo buona mezz’ora, però tutto sommato erano piatti buoni. Per Massimo un piatto a base di carne locale pagato l’equivalente di 20 eurozzi – ovviamente senza maiale, vietatissimo in Qatar insieme all’alcool – per me invece un biryani di pollo piuttosto piccante.

Ho notato che c’è molto della cucina indiana in Qatar.

Stamattina sveglia alle 3.30, che ggggioia. Il tassista ci stava aspettando fuori dall’hotel, ma la macchina era bianca. Mo va’ a capi’ perché non era verde. E’ stato bellissimo parlare con lui e vedere che quello si rivolgeva solo a Massimo.

Ora mancano tre ore al nostro arrivo. A Roma è mezzogiorno e mezza e qua sono le otto di sera, OMMIODDDDIO! Non lo devo guardare ‘sto maledetto orologio!

A proposito: ormai il bagno dell’aereo è mio amico.

 

[→ Diario di viaggio: primo giorno a Tokyo]