Come si lavora in un villaggio turistico?

Qualche anno fa ho partecipato ad uno stage presso un villaggio turistico a Djerba, in Tunisia. Ho pensato di raccontarti com’è andata sia per darti un’idea di quello che succede all’interno di un villaggio turistico, sia perché credo di non essere l’unica che è andata a “cercare fortuna” fuori dall’Italia.

Ma partiamo dall’inizio.

Era il 2009, e da mesi facevo colloqui su colloqui senza concludere niente. Ho sempre sognato di lavorare in aeroporto, o di fare qualcosa che avesse a che fare col turismo e così, spulciando qua e là, un bel giorno sono capitata sul sito di questo tour operator che cercava personale. Ho mandato il curriculum.

“Che tipo di lavoro vorresti fare?” mi ha chiesto l’animatore che ho incontrato in sede di colloquio, dopo aver esaminato le mie esperienze.

La risposta giusta in quel momento sarebbe stata “qualsiasi, basta che mi fate lavorare”, ma detto così pareva un po’ brutto, da disperati. Non avendo esperienze da animatrice, attrice di teatro, cuoca, tecnico luci e simili, ho detto che volevo fare la hostess del villaggio. Per lui andava bene, ma cercavano anche costumiste per il teatro.

Sai cucire?

No, ma posso imparare.

Alla fine sono stata inserita come costumista e come seconda scelta, in caso ci avessi ripensato, hostess.

Sei mesi di contratto se avessi superato positivamente lo stage di una settimana nel villaggio turistico di Djerba, in Tunisia. L’unica cosa che avrei dovuto pagare era il volo di andata e ritorno di 250 euro.

Una settimana in Tunisia, da sola, a fare un lavoro che non avevo mai fatto, in un villaggio turistico pieno di sconosciuti. Un tram in piena faccia m’avrebbe fatto meno effetto. Però, cavolo, chissà che esperienza avrei fatto. Chissà quando mi sarebbe ricapitato e infine, parliamoci chiaro, con 250 euro una settimana in Tunisia non ce la fai.

E così ho accettato.

Dieci giorni dopo ero in aeroporto, salutavo mia madre che ancora non ci credeva e incontravo i miei nuovi colleghi. Eravamo un centinaio di persone, tutti intorno ai vent’anni.

 

Siamo atterrati a Djerba in serata. Quando siamo arrivati al villaggio siamo stati accolti da un gruppo di persone sulla trentina che cantavano e ballavano una canzone col nome del tour operator, quella che loro chiamano sigla. Sono rimasta di sasso. Da un lato ho pensato che carini, dall’altro mi sono chiesta dove cavolo prendessero l’energia per ballare in quel modo a quell’ora. Io c’avevo un sonno terribile e neanche avevo cominciato!

Qualche ora dopo ero in camera mia, in coppia con una ragazza bionda, carina e delicata, ballerina e coreografa.

Questo è quello che ricordo del programma di tutte le nostre giornate:

  • Ore 05.00: sveglia
  • Ore 07.00: colazione
  • Ore 07.30: tutti fuori per ballare la sigla (quella che ballavano quando siamo arrivati, sì)
  • Ore 08.00 – 12.30: lavoro (nel mio caso era nella sala costumi del teatro)
  • Ore 12.30: tutti fuori per ballare la sigla (ancora quella)
  • Ore 13.00: pranzo
  • Ore 14.30 – 18.00: lavoro
  • Ore 18.00 – 19.00: festa a tema in sala organizzata dalle hostess, con canti, balli e tutto il personale vestito secondo il tema (ogni giorno uno diverso)
  • Ore 19.00: tutti fuori per ballare ‘sta simpaticissima sigla
  • Ore 20.00: cena
  • Ore 21.30 – 23.00: tutti in teatro a guardare le prove degli attori e dei ballerini
  • Ore 23.00: tutti sul palco a ballare la stramaledetta sigla
  • Ore 24.00 – 01.30: discoteca (perché anche dj e tecnici dovevano far pratica)

Gli altri ragazzi inciuciavano e si divertivano come matti. Io dopo tre giorni ero nevrotica e incazzata come una iena.

La costumista che mi faceva da insegnante non mi rendeva la vita facile, facevo tardi tutte le sere (non ti lasciavano uscire dalla discoteca prima dell’una, non so perché), dormivo poco, mangiavo male, vedevo gli altri che si divertivano mentre io al massimo riuscivo a sputare un sorriso finto.

Volevo solo tornarmene a casa. Tornare a casa e fare mea culpa.

Sveglia all’alba…

Il quarto giorno sono andata in direzione dicendo che volevo interrompere lo stage perché non faceva proprio per me, e che dovevo tornare in Italia per sostenere un colloquio importante. Potevo andarmene, ma avrei dovuto pagare il volo di rientro di tasca mia. Ho accettato e mi hanno affidato ad una ragazza che mi ha accompagnato in città, dove c’era la sede della compagnia Tunisair.

Alla Tunisair non avevano voli liberi, salvo per un Djerba – Milano che costava la bellezza di 400 euro. Non so che m’ha detto la testa, volevo prendere quel volo e sparire il prima possibile, così ho cercato di prenotarlo. L’ufficio Tunisair però non aveva il bancomat, così siamo dovute andare a cercarne uno per prelevare e, non ricordo bene perché, forse per la lingua, ad un certo punto ho dovuto chiedere aiuto ad un tunisino seduto sul marciapiede.

Vogliamo chiederci quanto ho rischiato un furto da 1 a 100? Chiediamocelo. Ma per fortuna non è successo niente. Il tizio mi ha aiutato a prendere i soldi dal bancomat e ci ha riaccompagnate alla Tunisair senza fare un fiato.

Sono tornata alla Tunisair coi soldi, ma loro avevano appena venduto l’ultimo posto sul dannato volo e io a quel punto sono sbottata in lacrime.

Lui, il tunisino del bancomat, era ancora lì e mi ha proposto un rientro decisamente particolare: un suo amico stava per partire in pullman diretto alle coste tunisine, e da lì avrebbe proseguito in barca per raggiungere la Sicilia.Non sto scherzando, è successo davvero.

Chiaramente l’ho ringraziato tantissimo ma no, a questo punto resto fino alla fine della settimana. E così è stato.

Serata a tema arabo

Quasi tutti i ragazzi hanno firmato il contratto e sono rimasti a Djerba. Io, ovviamente, no.

La costumista m’ha fatto passare il resto della settimana a lavare e stendere i costumi, dicendo che secondo lei prima o poi c’avrei ripensato e mi sarei pentita della mia scelta. AHAHAHAH, no.

Cosa ho imparato con quest’esperienza?

Primo, che gli animatori dei villaggi turistici fanno una vita assurda ed essere felici e sorridenti 24 ore al giorno non è per niente facile, ma se loro sono ancora lì vuol dire che amano quello che fanno.

Secondo, che per fare un lavoro del genere devi avere energia da vendere, non devi aver paura di rimanere lontano da casa per tanto tempo e puoi scordarti i weekend liberi. Molti dei ragazzi che ho conosciuto, tra stagisti e personale fisso, usavano il contratto stagionale e i sei mesi fuori per mettersi soldi da parte per il futuro.

Terzo, che Djerba sta in Africa ma a marzo fa freschetto e tira un vento assurdo, roba che mi sono dovuta comprare una felpa.

Quarto, che sono una pippa.