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Luoghi del terrore: il campo di concentramento nazista di Dachau

Questo è un post di approfondimento su un luogo che ho visto quasi un anno fa, durante il mio viaggio a Monaco di Baviera (ti lascio il link del diario di viaggio), un luogo che mi ha molto impressionato e che non poteva fare altrimenti, perché si tratta del campo di concentramento nazista di Dachau.

Avevo già deciso di dedicargli un post serio e più di qualcuno ha mostrato il proprio interesse nel saperne di più, cosa che mi ha fatto molto piacere. Il fatto è che mi serviva l’umore giusto per parlare di un posto così particolare, c’è veramente poco da fare la cretina con questi argomenti, e questo è il motivo per cui ho ritardato così tanto nel pubblicare questo post.

Spero che sia comunque di tuo gradimento.

“Vietato fumare” nella sala in cui i deportati venivano spogliati di tutti i loro averi

Tutti conosciamo, almeno per sentito dire, i campi di concentramento nazisti di Auschwitz e Birkenau, in Polonia. Mi viene in mente il libro Se questo è un uomo di Primo Levi, un libro che ho letto più volte e che parla proprio di questi campi, Auschwitz in particolare.

Dachau è probabilmente meno famoso dei suoi “fratellini”, ma in realtà è stato quello che ha fatto da modello per la loro costruzione: fu il primo vero campo di concentramento nazista, aperto nel marzo 1933 subito dopo l’ascesa al potere di Hitler. E’ qui che le SS, le squadre speciali create ad hoc per i campi di sterminio nazisti, venivano addestrate per terrorizzare e torturare i deportati in nome di una giustizia “voluta dal popolo”.

Nato inizialmente per internare politici ed oppositori, il campo divenne presto un posto dedicato all’eliminazione di prigionieri di guerra, ebrei, omosessuali, senzatetto, rom e tutti coloro che Hitler giudicava di razza inferiore, come russi e slavi. Al suo interno i deportati venivano torturati e uccisi in massa dalle SS, col lavoro pesante o tramite esperimenti medici.

Il campo rimase in funzione per ben dodici anni. Gli americani liberarono i deportati il 29 aprile 1945.

Dieci anni dopo, terminati i processi alle SS, ebbero inizio i lavori per la trasformazione del campo in luogo della memoria: il Museo Internazionale di Dachau (KZ-Gedenkstätte Dachau) nacque nel maggio 1965.

Io e Massimo siamo arrivati al campo nel primo pomeriggio e, sarà che era novembre e il cielo grigio non aiuta, ma l’atmosfera era davvero particolare.

Quando scendi dall’autobus devi percorrere una breve strada che ti conduce al campo, o meglio, al Jourhaus (la “porta dell’inferno”). Quando ci siamo stati noi mancava la scritta Arbeit macht frei sul cancello (“il lavoro rende liberi”) che qualche genio ha deciso di rubare, ma credo che ora sia stata sostituita con una scritta identica.

Appena siamo arrivati al campo mi è venuto spontaneo parlare a bassa voce, come se avessi avuto paura di svegliare qualcuno. E questa sensazione è rimasta per tutto il tempo della visita.

Oltre il cancello c’è un campo enorme. A sinistra ci sono le ricostruzioni delle baracche dove riposavano – se così si può dire – i deportati; a destra e in fondo c’è il museo, e ancora più a destra dovrebbe esserci un sentiero che continua con i forni crematori. Noi ci siamo concentrati sul museo e sulle baracche e purtroppo non abbiamo fatto in tempo a visitare la zona dei forni crematori, ma chi ci è stato mi ha detto che sono a dir poco spaventosi.

Nel museo ci sono moltissime foto, documenti e oggetti dei deportati. Molti sono appartenuti a nostri connazionali. E’ lì che ho fatto la maggior parte delle foto.

Alcuni dei molti documenti italiani conservati nel museo

Sul lato sinistro del campo ci sono le ricostruzioni delle baracche, e per fortuna siamo riusciti a visitarle prima della chiusura.

La cosa più brutta che ho visto lì dentro? Un gruppo di imbecilli in posa per scattarsi dei selfie davanti alle cuccette di legno dei deportati.

Purtroppo non sto scherzando. 

Il locale era pieno di brande militari messe tre a tre sovrapposte. I letti sembravano fatti con lunghi cartoni rivestiti di bianco. Sui letti c’erano coperte a quadri azzurri; dovevano misurare, a destra ed a sinistra, precisamente l’altezza di una mano… 

… E osserva questi quadretti delle coperte: corrono tutti a filo come piombo verso il basso, nessuno fa una riga storta. Inoltre il letto deve avere ovunque la stessa altezza. Guai se si vede il minimo avvallamento. Questo comporta subito un rapporto punitivo…

… Tutto qui è un bluff ed è ideato per tormentarci. Spesso essi vengono e buttano fuori i letti, le coperte e le lenzuola da tutte le parti. Basta per questo che uno di quei signori sia di cattivo umore o abbia bevuto troppo. Se egli trova che uno dei letti è mal fatto registra il numero di matricola della persona in questione che riceverà un avviso. La pena per questo è di un’ora al palo… 

[Appunti di Edgar Kupfer-Koberwitz, appesi su un muro della baracca]

Quando sono uscita dal campo avevo i brividi, e non per il freddo. E’ spaventoso vedere ciò che può creare un pazzo che si trova in una posizione di rilievo nella società, è davvero spaventoso.

In ogni caso consiglio a tutti una visita al campo di Dachau: è un posto che lascia il segno, è vero, ma ti fa capire fin dove può spingersi l’essere umano, e bisogna vederlo coi propri occhi per crederci davvero.

Come raggiungere il campo di Dachau e altre informazioni

Dachau è anche il nome di una cittadina vicino Monaco.

Per arrivare al campo bisogna prendere la linea metropolitana S2 fino alla fermata Dachau, e poi l’autobus 726 fino alla fermata KZ-Gedenkstätte Dachau (Museo Internazionale di Dachau). Il campo è di fronte alla fermata e ci sono anche numerose indicazioni, non puoi sbagliare.

Accanto alla stradina che porta al campo c’è un edificio, sulla sinistra: lì dentro puoi prendere l’audioguida in italiano al costo di 3,50 euro, lasciando anche un documento. Se non vuoi l’audioguida puoi semplicemente seguire la strada, l’entrata nel campo è gratuita e ci sono cartelli sparsi dappertutto che spiegano tutto quanto in più lingue.

E’ possibile percorrere il Sentiero della Memoria: sono i tre chilometri che separano la stazione ferroviaria di Dachau dal campo di concentramento, cioè la strada percorsa dai deportati destinati al campo. Lungo la strada ci sono molte indicazioni e vari altri edifici che puoi visitare. Trovi altre informazioni qui.

Il memoriale è aperto tutti i giorni dalle 9.00 alle 17.00, consiglio di andarci di mattina per poter vedere tutto in tranquillità.

E’ meglio evitare di portare bambini sotto i 12 anni, alcune immagini sono piuttosto forti.

 

Tu sei mai stato in questo campo? Se sì, che effetto ti ha fatto? Se no, sapevi della sua esistenza?