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Diario di Viaggio: novembre a Dublino (parte 3)

Terza parte del diario di viaggio, si riprende da Grafton Street.

Se non ricordi cosa è successo prima, ecco i link della prima parte e della seconda parte.

Diario di viaggio: novembre a Dublino

Girata Grafton Street in lungo e in largo e ciapate le crepes, siamo andati a cercare un povero cristo che vendesse le sigarette a Massimo. Come ti dicevo nel primo post, i negozi che vendono sigarette non le espongono come si fa qui da noi, ma le tengono sotto il bancone, e per comprarle devi chiedere se ce l’hanno.

Siamo entrati a dare un’occhiata allo Stephen’s Green Shopping Centre, un centro commerciale che avevo già visitato con Amelia e che è davvero carino.Carino perché c’è un orologio gigante, tanti negozietti e una mostra di quadri all’ultimo piano. Peccato che per comprarne uno devi accendere un mutuo.

Stephen's Green Shopping Centre

Dopo il centro commerciale ci siamo rifatti Grafton Street nel senso contrario. Siamo entrati in una gioielleria e Massimo mi ha regalato un claddagh ring, il tradizionale anello irlandese. Ok, lo ammetto. L’ho leggermente costretto.

Ci sono diverse leggende che riguardano il claddagh ring e diversi modi di portarlo a seconda che uno sia single, fidanzato, sposato, vedovo o particolarmente legato ad un’amico. Per saperne di più ti lascio il link di Wikipedia.

Prossimo obiettivo: O’Connell Street, altra strada famosa, anche per i negozi. Non ti so dire di più perché stavolta non l’ho vista tutta, presto capirai il motivo.

Ad un certo punto ci siamo fermati perché avevamo perso l’orientamento, e lì è successa una cosa incredibile. Si è fermato un tizio chiedendo se avessimo bisogno di aiuto. Ho alzato gli occhi dalla cartina e lui oh, wait, there’s a free map there! e s’è fiondato dentro un negozio a pochi metri da noi che sembrava un ufficio turistico, poi è ritornato e con un sorrisone mi ha dato la nuova mappa, molto più precisa di quella che avevo io. L’ho ringraziato un po’ stranita, pensando che fosse una scusa per appiopparmi qualche servizio strano, invece quello se n’è andato allegro e felice per la sua strada e io così:

Obama not bad

 

Manco il tempo di aprire la nuova mappa che m’è cicciata una coppia sulla cinquantina, sempre chiedendo se potevano aiutarci. Le ho detto che cercavamo O’Connell Street e lei mi ha indicato la strada per arrivarci.

crying

Niente fregature, è solo che gli irlandesi sono meravigliosi.

Arrivati in zona Liffey, poco prima di O’Connell Street, siamo andati a dare un’occhiata alla famosissima zona di Temple Bar. Io le foto le ho fatte, ma non te le mostro perché sono venute tutte storte e sparaflashose.

A Temple Bar, oltre ai pub, c’è un piccolo mercatino che si chiama Meeting House Square Market. C’era tanta gente e non ci siamo fermati a comprare, però è molto molto carino. Se ti interessa occhio perché te lo trovi in una stradina secondaria imbucata tra due palazzi.

Tanto lo sai già, no? Nel mio blog le indicazioni serie sono un optional.

Ho fatto scorta di souvenir in un negozietto, e tra le altre cose ho comprato anche questa fantastica sòla per mio suocero: un sacchetto di caramelle gusto whisky irlandese e caramello.

Caramelle "locali" al whisky irlandese

O il whisky ha lo stesso sapore del caramello, o ‘sti affari non sono al whisky. E andrei sulla seconda.

Vogliamo dirlo che nello stesso negozio avevo comprato anche due graziose confezioni di tè irlandese (irlandese?) per mamma e suocera, e che quando l’ho assaggiato ho scoperto che è identico sputato a quello che abbiamo in Italia? No no, diciamocelo. Copriamoci di vergogna e tagliamoci le mani la prossima volta che vediamo un negozio di souvenir che vende alimenti (finti) locali. Anche se sono tanto carini, Anna, sì.

Dopo il giro della vergogna al negozio siamo tornati indietro e siamo andati a cercare un monumento che volevo tanto vedere, le Famine Figures. Sono statue che ritraggono uomini e donne (e un cane) durante la carestia del 1845 e si trovano vicino alla riva del Liffey, sul marciapiede.
Forse perché sono fatte bene, forse perché sono di bronzo e fanno uno strano effetto col paesaggio intorno, mi si è davvero stretto il cuore. Quello che mi ha sconvolto più di tutti è stato il cane.

novembre-a-dublino-diario-di-viaggio-9

Uccellino sul ponte del Liffey

Famine Figures

Famine Figures, cane affamato

A quel punto non ce la facevamo più a macinare chilometri e siamo tornati indietro verso l’hotel. Quando però ho realizzato – a metà strada – che dovevamo rifare tutti quei chilometri a piedi ho guardato Massimo così finchè non l’ho convinto a prendere l’autobus.

Vuoi altre differenze con l’Italia? Le vuoi?

Primo: gli autobus sono puntuali. In ogni fermata c’è un display che ti dice quanto manca al prossimo bus e la destinazione, e gli autobus passano esattamente quando dice lui. Ce li abbiamo anche noi a Roma ‘sti display, ma in una fermata ogni duecentosessantatré e non sono precisi al minuto;

Secondo: gli autobus sono a prova di furbo. Tu sali e l’autista ti guarda brutto brutto brutto finché non metti 2,15 euro, il costo del biglietto, nella sua cassetta di metallo. L’autista controlla che l’importo sia esatto (però se metti più soldi non ti dà il resto), ti stampa la ricevuta e tu puoi stare sereno;

Terzo: gli autobus sono a due piani ed è una roba fighissima, ma se sei talmente masochista da voler salire di sopra o scendere di sotto durante la corsa – o se ti chiami Anna e sei scema – sappi che rischi seriamente la morte. Puoi morire in due modi: nasata mortale contro la parete dell’autobus, o rotolamento scale-fondo dell’autobus con effetti sonori di palla da bowling che fa strike, applausi compresi.

Ci sarebbe pure il dettaglio delle macchine, e quindi pure i bus, che viaggiano nel senso contrario che fa un po’ strano, ma lo sai già.

Prima di rientrare ci siamo fermati al supermercato Tesco per comprare alimenti di prima necessità, tipo i cupcakes da affiancare al tè caldo che volevamo farci. Che goduria!

Cupcakes

Un paio di ore dopo siamo usciti per andare a cena e per fortuna non avevamo prenotato da nessuna parte, perché eravamo ancora stanchi morti e di sicuro non saremmo arrivati in centro tutti interi. Ci siamo fatti dare un consiglio da Harry/Terry e siamo andati a provare il ristorantino in fondo alla strada che si chiama O’Connells.

Inizialmente avevo sottovalutato questo posticino, che mi sembrava un po’ anonimo e invece è piuttosto grande ed accogliente, elegante e con una quantità spropositata di camerieri.

Appena ci siamo seduti si è avvicinata una cameriera che ci ha chiesto se fossimo italiani, perché lei era sarda! Ci siamo fatti consigliare due piatti per iniziare – patè di fegato di pollo per me, pudding nero per Massimo – e abbiamo fatto due chiacchiere con lei, scoprendo che viveva in Irlanda da un mese e che prima era stata a lavorare in Australia. Che invidia!

Quando ci hanno portato i piatti Massimo s’è totalmente perso nel pudding. Il mio fegato di pollo invece aveva un sapore un po’ particolare, ma era buono. Accanto c’erano marmellata di mele e toast (!!!).

Come piatto principale abbiamo scelto il pollo irlandese arrosto, che ci dicevano essere il piatto forte del ristorante. S’è presentato un cameriere con due pentole d’acciaio contenenti broccoli e una specie di salsa a base di formaggio e patate, poi è ritornato con un tavolino e sopra c’era questo pollo enorme. Ce lo ha tagliato davanti agli occhi, disponendo i pezzi al centro del piatto uno sull’altro (roba che a me sarebbe partito pollo, coltello, tavolino, cameriere…) e aggiungendo condimenti e salse varie tutt’intorno.

Ci credi che io non ho ancora capito che diavolo ho mangiato, a parte broccoli, salsa di patate, pollo e marmellata di mirtilli rossi? Nel complesso era quasi tutto ottimo, specialmente il pollo (che mai, mai e poi mai avrei provato a mangiare con una marmellata). Abbiamo pagato in totale 61 euro.

Un’altra cosa che non ho capito è la storia della mancia. So che è il 10% di quello che spendi, ma non ho capito se è compreso nell’importo dei ristoranti o se devi darglielo a parte. Noi, visto che eravamo con la ragazza italiana, le abbiamo lasciato i soldi a parte come si fa in Italia, poi boh.

Infine è successa una cosa strana: la proprietaria del ristorante, quando le hanno detto che eravamo italiani, ci ha allungato una cesta di mele mentre uscivamo dal locale dicendo they’re better than Italian apples!.  Così, a caso.

Boh.

[ leggi la quarta parte]